Si staccano i rettili dal guscio-armatura. Ciò provoca sgomento.


Una regina di ragni e serpenti – 9

L’armatura, che si aggira sferragliando nel silenzio della luce, tornerebbe a riposare nella nicchia ragnatela.

Ma la pace è interrotta oramai.

L’uguale sempre uguale è in differente direzione. È sempre uguale, certo, ma è come se gonfiasse, come se accumulasse la voglia di…     la voglia di…

la voglia di disperdersi, la voglia di morire.

L’esercito dei ragni, alacremente preoccupato, ne compatta anima e corpo.           Ne suggerisce il battito. La voglia, l’attesa:                      già questo è abbastanza. Già questo una volta non c’era.

L’armatura si aggira e trascina i suoi estremi: il corpo di nebbia, la tela ragna dentro e il ferro carapace dell’aracnide coscienza

(una figlia di arme e fuoco).

Nel ferro intarsiate le serpi, anch’esse irrequiete. I rettili sul braccio hanno un guizzo, un sussulto. Una testa si leva. Due teste. Due paia di occhi antichi si sorprendono, trafitti dallo spillo della luce. Due lingue di metallo (ognuna è biforcuta e dotata di intenzione) saggiano e assaggiano.

Saggiano e assaggiano. Saggiano e assaggiano.       L’aria.

Eccoli, i primi due: due piccole anaconda,

ognuna un avambraccio. Di stretta impietosa.

Il Tre sta sull’elmo. Sull’elmo la testa, la testa di geco. Si stacca un polpastrello. Riprende posizione come a mettersi più comodo, come a guardare meglio stira di collo un poco. Un cambiamento minimo, ma ora sembra proprio che abbia voglia di saltare. Un geco dal fondo di fauce abissale è in attesa. Vede a trecensessanta. Non può sfuggirgli niente, è nella sua natura.

Il Quattro e Cinque è vipera. Stanno intrecciate al petto. Un nodo inestricabile che si estrica pian piano.

Se vuoi puoi distogliere,

se vuoi puoi non guardare:

i canoni umani lo dicono osceno. Ma un giudizio sciocco potrebbe trattenerti da informazioni solide, narranti l’essenza, perché tutta la grazia contenuta in quel veleno diventa un gioco morbido di scaglie scintillanti, di curve che si immergono, di fredda seduzione.

Dal basso il ciottoloso snocciolarsi dei sonagli: crotalo il Sette e il Sei. Racconto di desertico. La storia degli spacchi nella terra sbriciolata, di quando la speranza resta sola e moribonda, di una preghiera d’acqua, di quando l’universo sta affogando nella rena. Il suono che accompagna questa sinfonia di arsura pare respirare sabbia e dissetarsi nell’asciutto. Di sole e sassi pascersi.

Quel sole crudele, struggente, impietoso.

Sonagli è il ritmo primo, è l’annuncio del veleno, è il dubbio che si insinua, compreso ormai in ritardo, fra le maglie del nemico. Da coscia a ginocchio, poi dal polpaccio ai piedi. Serpenti a sonagli va in giù.

L’esercito dei ragni si apre al passaggio. Il rettilume incede, ancora un po’ metallico, ancora addormentato.

Milioni di zampucole che sciamano a far spazio. C’è lo strisciare, c’è la direzione, c’è avanti e c’è dietro nel mezzo dello stormo, nel mezzo della nube. Ognuno dei ragni ha un colore. Ognuna delle scaglie di ognuno dei serpenti ha un colore. E ancora la radice di ognuno dei colori accomuna l’essenza, la specie. Di base è due frequenze che sorreggono due mondi, due modi differenti di intendere e di stare. C’è una sola infinità, ma di fatto sono due. Il terzo è l’armatura che rimane là in disparte. Non so che può capire, non so se ci osserva.

Difficile difficile è immaginarne il mondo. Sta là da una parte e balugina. Riluce e si guarda, si studia, si vive, si esplora.

Stati d’essere e d’anima susseguono cangianti come giochi di luce sul suo guscio di metallo, perfetti e inarrestabili, in eterna direzione: morbida eterna indistrutta intenzione. L’armatura ora è liscia, ha perso i suoi serpenti. Sperimenta una mancanza che diresti dolorosa. Incarna la certezza che l’assenza è necessaria. Incarna senza carne che è proprio questo vuoto ad attirare ciò che manca.

Cade in ginocchio. Clangore. L’esercito si gela. Tappeto ragno attonito. Le spalle di metallo che sussultano gemendo. Le serpi indifferenti che continuano a strisciare.

L’esercito dei ragni si raduna tutto attorno. La abbraccia, consola. Le tesse un culla-nido perché stia quieta e morbida, ma l’armatura si agita e disfà ogni tentativo.

Ora ricorda del grido di guerra, stridio di ferro ed ossa, dell’urlo di battaglia.

 

L’esercito dei ragni ritorna ad osservare.

Nel prossimo tratto: la bimba incontra i rettili.

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