Insidia fiabesca – la bimba cade preda della prima tentazione.

Una regina di ragni e serpenti – 8

È lì che offre la mela.

L’albero offre la mela.

“Ti aspettavo”, sussurrò.

Dolcissima mela e sinuoso il sussurro.

Non sai chi ha parlato.  Esplori i dintorni e non sai.

La bimba la mela la condividerebbe, quindi d’istinto schiude. Capisce che è sola. Si siede e riposa, si siede e se la gusta morso a morso, brano a brano. Gode ogni morso. Ad ogni morso muore. Potrebbe addormentarsi in un sonno infinito, in attesa. L’attesa di un tizio vestito di blu. L’attesa di un bacio. Io sparto la mela. Io forse mi addormento (lo dicono le storie che mi posso abbandonare). Fra le radici una morbida nicchia, una nicchia morbosa. È come una culla, una teca trasparente. Dal sottosuolo emerge una canzone a sette voci, una ninna nanna ruvida, un canto piangente e ghiaioso. È così dolce e antico che le viene da sedersi. Sedendosi si punge di puntura tanto tenera da offrire uno sbadiglio.

La bimba si acciambella.

La luce si addensa. La coltre dei rami la stringe.

L’ultima immagine appare, poco prima del commiato: è il teschio di Giona.

È il bardo. È il vento di cicale e lo sbriciolarsi in cenere. Ma qui tutto si sbriciola? Le viene da pensare. Ricorda il bacio offerto che al bardo dette pace. Ricorda la risata.

Ma io dovevo ridere!

Non voglio addormentarmi!

Visione all’incontrario: il vento ricompone le briciole del teschio.

Sul teschio fiorisce la carne di nuovo.

Fioriscono tendini e muscoli e pelle, fiorisce espressione, attecchisce e pare muschio. Riprende a salmodiare. Sboccia una bocca, si protende un naso, germoglia una lingua, si aprono orecchie e si illumina sguardo senz’altro che amore. E il bardo la bacia di un bacio devoto. Col bacio la pulisce dalle briciole di mela, dalle storie incastonate nella sua memoria antica, dagli obblighi e dai patti:

le rende la sua scelta.

La bimba ora sa. Ricorda il castello, ricorda la strada. Occhio spalanca in un brivido gelo. Frusta di vertebre riporta in piedi. Sputa per terra. Scrolla il vestito, lo stira con le mani con un moto vergognoso, come a lavare il sonno. Poggia sul tronco la gota.

Se annusi attentamente ancora ascolterai

il profumo della bestia,

il colore dell’anziano

(lontano, in sottofondo: si appoggiano al legno

o ne sono la base).

L’essenza, la resina.

Ecco: la resina.     Ecco: regina.

Ne gratta con l’unghia, la assoda,

la mangia.

 

Oltrepassa il tronco, si avvia.

 

 

Guarda il castello, lassù.

 

Balugina e chiama.

 

Arrivo, dice: arrivo.

Sono qui: sto arrivando.

 

Nel prossimo tratto: armatura e mutamento.

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