Commiato, canzone e calendule.

Una regina di ragni e serpenti – 6

Ritorna il silenzio, un silenzio gentile. Ritorna il biancospino e finalmente è solo pianta. Ritorna il sentiero. Si allarga, persino. Alla radice di bimba allo sguardo diventa evidentissima la luce di una stella. Leva il trofeo dinanzi, lo guarda nelle orbite, lo onora di un “grazie”. Di gioia, di grazia. Alza il trofeo, il teschio di Giona, che pare sorridere in pace in risposta. E si strugge in polvere. E si leva un vento. Lo sorregge un turbine. Lo discioglie via.

Batte le mani, ché gli ultimi granelli si liberino in volo. Di ognuno si vorrebbe riconoscere la storia. Sarebbero un po’ troppe, da raccontare qui, e allora la bambina fa di tutte una canzone.

Ti abbracci in un fiato

la luce dei mondi

forgiati in un ballo di fuoco.

Ti sorregga il canto

che in cuore nascondi,

che sbocci e che pianga

l’assenza nel giuoco

di denti e di carne e di tendini tesi

di corpi in attesa, di pietre dormienti

di unghiate nel fango, di gemme perdute

di tele nascoste e di polvere viva.

Ti accolga il profondo.

Ti accolga la spira.

Ti accolga la piaga che sa consolare.

Ti accolga la linfa.

Ti accolga il racconto.

Ti assaggi la lingua più verde che c’è.

Ti tenga la bocca.

Ti porti la mano.

Ti dia ancora forma nel sogno di un santo.

È un manto di spine,

di lame minute:

è il bacio infinito che è stato

il tuo incanto.

Il canto, come accade, nel suo suonare scuote. La polvere, in pace, si regala al vento. Sparisce fecondando profondità diverse, la maggior parte minime. La bimba si incammina. Il passo è più vago. Muro di biancospino, che incomincia a sfilacciarsi, a tratti è uno sbocciare di aperture luminose, di squarci nel verde, ferite e passaggi. Fra intrecci si distingue anche l’oltre, si vede l’altrove. Un mondo di suono si liquefà in canto. Una ghiandaia frulla alla coda dell’udito, il margine dell’occhio ne aggancia il gracchiare. Tappeto si dispiega di un alacre cinguettio. Il vento gioca il giuoco delle sete e degli abbracci. Risorge anche il fiume, è lontano ma c’è. Profumo di calendula si sgretola dal basso.

A questo si rivolge.

La bimba volge in giù.

Fra smeraldino soffice occhieggiano arancioni di calore seducente, persino troppo densi, montati su un ciccioso grassottello verde chiaro:

calendule in un cielo.

La bimba si inginocchia e ci sfrega il volto e il naso. La guancia.

La spina è nascosta ed è provvidenziale.

La bimba non sa, ma piange da gota un sottile scarlatto.

Non nomina il transito, non le importerà. Non lo racconterà, né mai vorrà descriverlo.

Non lo ricorderà.

Sprofonda, si immerge, apre la bocca e bruca. Mastica e strappa. Rimangia, ristrappa, rimastica ancora. Ha fame dell’essenza che ha dato vita al prato.

Si strugge e si abbandona.

Ributola e resta.

 

Volge alle nuvole.

 

Sta.                                              Ma qui qualcosa accade:

 

 

Nel prossimo episodio si incontrerà la Bestia.

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