Ed ora il primo incontro, l’incontro col giullare.

Una regina di ragni e serpenti – 5

La bimba ha perso il tempo. Non sa, non lo sa più, e forse è per fortuna. Non sa da quanto tempo, però le pare tutto. Le pare tutto il tempo. C’è un punto nel tempo in cui sente che al coro si è aggiunta una voce. Non sa definire che sia quella voce, ma solleva il cuore: è cicale. C’è il suono: cicale. C’è un suono cicale e non solo è cicale. Sotto al di sotto che c’è?

Tamburo.

Tamburo?

Tamburo e percussione. Quando lo riconosce le si aggrappa al mondo suo. Prende (si appropria) di forme e estensioni. Ha forza di sorgere e farsi di legno, di viscere ed osso e di pelle tirata. Tamburo. Cicale, tamburo.

È voce, lo giuro.

Giuro che quella è voce, persino voce umana. Un canto, canzone,

una nenia litania, ballata, una storia. Tamburo e cicale e cicale e voce. Tamburo è pelle ed osso, cicale è un tappeto istoriato di spini, la voce che è umana. O più precisamente la vorrebbe voce umana e quindi fa di tutto per immaginarla a sé. Diciamo che lo è stata, la voce voce umana, ma che poi l’ha erosa il tempo. Il vento, il sole e il bosco hanno scritto sulla voce una storia umana a mezzo.

Il cuore batte forte, duetta col tamburo. È cuore e tamburo e canzone e cicale.

Il muro di destra si scuote, quello di biancospino, come se fosse elastico, come se lo spingessero. Dal dentro, dal dietro, di là. Si inarca e protende. Si tende alla bimba in un bozzolo a fiori.

Corri, bambina: corri!

Corri, bambina: corri!

Corri, bambina: corri!

E la bambina corre.

La bimba corre ma, per via dell’immutante delle pareti attorno, di terra, dei rami, di suono, sapore e per via del profumo, le pare di restare ferma immobile dov’è. Tutto le scorre intorno mentre lei rimane lì. La fuga sua non fugge, la sua corsa non va. È come un topolino che si sgranchia sulla ruota. E quello che è peggiore, peggissimo strapeggio è che il muro biancospino le si imbozzolisce a fianco. Lo fa di continuo, lo fa ancora di più. Lo fa oscenamente, tendendo e contorcendosi come volesse rompere da dentro una membrana.

Ora finisce il fiato. Fra poco corre più.

E quando finalmente è dispersa ogni speranza in goccioline di sudore e ci si aspetta un ruzzolone, poco prima di cadere di sbucciarsi e sanguinare finalmente lei si incazza.

Diciamo che era l’ora.

Si ferma ad ascoltare. Sopra il tamburo il frinire ed il canto, sopra ogni cosa è la mazza del cuore. Una mazza ferrata. Divora il respiro. Qualcosa si è rotto. Spezzata incertezza. Stroncata l’abitudine di dire no no no. Definitivamente la catena verso casa si è disfatta in mille maglie. Non ha tempo di saperlo, non lo può pronunciare: all’improvviso è. Allora pianta i piedi, allora guarda il bozzo. Lo vede sta soffrendo che è come se nascesse. Le scappa anche da ridere perché l’imbozzoluto fa indovinare facce, espressioni e ghirigori, e quello che era un canto ora è un gemere, un ponzare. Che dura quanto tempo e tutto il tempo è doloroso. E allora che accada, perché deve accadere. La bimba a piedi saldi. Si squarcia la siepe. Non c’è liquido amniotico, però c’è quell’odore, che è denso almeno almeno. L’odore è di carogna. Accartocciato a terra: giullare. Comprende dalla pelle, che è una coltre forte e calda. Fetale. Giullare. Sarebbe nauseabondo come un olio profumato. Fetente. Fetale. Giullare.

Lo accoglie: è il giullare.

Pare che un lungo viaggio quantomeno travagliato l’abbia sputato lì. Ancora sta cantando, anche da accartocciato.

Ecco che lentamente si scartoccia con cautela.

Cappello a tre colori, ognuno su una punta e sulla punta il campanello: giullare. Incontra la preghiera di uno sguardo color noce, legge una gran fatica, lo sforzo di esser morto ma di tribolare ancora. In punta al nasone porta un porro con tre peli. Le pare posticcio, un costume di scena.

Se lo potesse osservare in grandimento vedrebbe che ogni pelo tiene un occhio sulla cima, un varco sempre aperto per un altro posto ancora.

È pelle o calzamaglia?

È pelle o costume?

Se è pelle è strana pelle che è rettile sul petto e sul dorso è tutta piume. Dal collo di cedrone si dinoccola una cresta. Le braccia sono intrecci di qualcosa vegetale ma il piede è una lumaca e il ginocchio è solo d’osso. Mica saranno denti quei bitorzoli che ha in bocca e le ali di falena che rivestono la pancia e il cespuglio al sesso un rovo. Grappoli: bacche d’edera. Il corpo ricoperto di gusci di cicala. Gusci cicala appesi che risuonano col vento. Porta con sé memoria di qualsiasi metamorfo, anche di quelli strani. Di ciò che metamorfo lascia indietro a disgregarsi.

Qual è la canzone

di quello che dissolve?

È come il giullare.

È come il bastone di gusci campanello che pensano il frinire, che lo fanno immaginare. Bastone. Da lì emerge il battito, dal giullare il canto, dai gusci il frinire. Da nuova angolazione la bambina prova pena. Quello che fa più pena è che il coso lì davanti, il bolo di bosco, lei lo conosce bene.

Ecco, ora si alza.

Lo riconosce eccome.

Ecco, ora si alza.

Si appoggia al bastone. È stanco come un morto. È come se la nascita dal rovo biancospino fosse l’ultima missione. Ora fa il minaccioso. Ora fa il limaccioso. Allarga i garbugli. Spalanca una fauce di minute foglioline.

È Giona, Giona il Bardo. Da bardo eri anche bravo. Ma come ti sei perso? Ma chi ti ha conciato? Infestato di cicale, di gusci metamorfici, dalle eco di canzoni, da sinfonie fantasma da accordi poliritmici meccanici insediatisi in colonie parassite alla carcassa del tuo sguardo.

Povero Giona.

La pena che ha in petto la potrebbe lacrimare.

E quindi ora ride. Quello che piange è Giona, il bardo giullare, strappato ed eletto a buffone in sottobosco.

Non è più volontà: è solo una funzione. L’ha posseduto il ruolo.

È allora che ridendo la bambina se lo bacia. Fa l’unica maniera che gli possa dare un senso: se lo sbaciucchia bene, e se le fa un po’ senso non glielo fa vedere. Raccoglie nel palmo la nuca spiumeggiante. Lo spinge a sé, alla bocca. Si immerge nell’odore. Non si disgusta, no.

Oddio, forse un poco.

Si accorge che la morte ha gusto vivo e distillato. Ed è riluttante, all’inizio, quel bardo. Lo sente tremare, e poi lo sente fremere. La lingua sa di rovo, tanto spinoso e intenso. Ora comincia a stringere: è un tripudio di tralci.

Non so come riesca ma baciando ancora ride, e il bardo canta canta ed è un frinire di cicale. Tamburo a due cuori, uno morto e uno vivo, si liquefà nell’urlo.

Nel prossimo tratto: commiato al giullare, calendule e versi.

Segmenti precedenti: 12, 3, 4.

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