…e la bimba accetta il viaggio. Imbocca il sentiero.

Una regina di ragni e serpenti – 4

Sentiero è chiaro e limpido. Si imbocca lì vicino. Il vento col suo canto fa in modo che la luce si intrecci a rami e foglie. Torrente in breve tempo ci assorderà di meno. Siepi di biancospino in procinto di fiorire, pareti di un passaggio. Il sole coi raggi disegna.

La bimba ora è Viaggio. Alle sue spalle ha lasciato ogni bene:

la mamma e la casa e il fantasma babbo morto; torrente di luna e le corse a farfalla; i petali, le erbe e il mortaio, pozioni per finta e poi dopo per vero, da grande; le storie dei pesci e le cerve di fango. Pezzetti di un sé che non sa già più dire.

La bimba ora è Viaggio senz’arme o mantello o cavallo o scudiero ma sente sbocciare ogni passo. Ha scelto e ora ha scelto e che quando si sceglie si è scelto e poi vai, non puoi fare altro che assaporare e basta.

Non porta con sé che una perla. La perla è una legge. Non sa da dove arriva ma è vera, lo sa. Sa che la seguirà. La regola prescrive che il sentiero non si lascia. Non lo abbandonerai, pena la perdizione, qualunque cosa accada.

La bimba ha nient’altro, nient’altro con sé.

Alte le mura del biancospino intorno. Corrono ripide a fianco, intrecciate. Se appoggia la mano fioriscono a gocce di petali rossi, graffiati. Come i fiorellini. Come quei gerani. È un muro tagliente che è meglio che non tocchi, non sfiori, accarezzi. Corrono al fianco anche troppo fedeli. Prive di fine, incrollabili. Mura di spine sono mura che non scuoti. Avanti e di nuovo a diritto ed ancora. Molto a diritto, parecchio di più. Corrono e sguardo le stira all’infinito. Avanti e avanti vede congiungere giù in fondo. Un cuneo di aculei. Un cuneo di aculei e         morde. Un cuneo di aculei è    dentro.

Respiro è caldo umido, è frustato d’erba il cammino. Il passo affonda troppo, un po’ più del dovuto, e resta attorcigliato. Le gambe al polpaccio sono presto un arabesco di rosa vivo e rosso. Pelucchi mordaci di steli furibondi si aggrappano sottili con terribile vigore. La regola rimane ma il sentiero, è evidente, è furbo e non poco.

La bimba già desidera.

È quando nella pancia incomincia ad annodarsi una tenia impaziente, una larva spaurita.

È quando tutto è troppo è troppo a lungo è troppo uguale e tu cerchi una qualunque una qualunque cambiamento. Sarebbe sempre meglio delle mura senza sosta. Meglio dei graffi e il rasoio a parete. Qualunque cosa è meglio se in petto ti sfiorisce una speranza appena nata.

Ti siedi a riposare per capire che così sui bracci e sul collo si aggrappano i peli dell’erba feroce che giuri non ricordi di aver mai visto prima che pareva erba normale ma in realtà non l’hai mai vista.

Mai vista o conosciuta.

Lo sai che cosa è peggio? Che di nuovo guardi avanti e vedi il cuneo all’infinito a congiungersi là in fondo, e che poi ti guardi indietro e vedi il cuneo all’infinito a congiungersi là in fondo.

Fra poco non saprai di preciso chi è avanti e chi è dietro, lo avrai discordato. E lo sai che altro è peggio? Che il bosco sta intorno e che sembrano i tronchi soffocare la parete, stringersi al biancospino. Come per compattarlo, come per rafforzarlo, come per sostenerlo.

E lo sai che altro è peggio? È peggio che intreccio dei rami su in alto è morbosamente fitto, di dita ossessive che tolgono il cielo e con tanto tetto è peggio persino il fatto che non si vede il castello. Il castello sta in alto, lo sai, ma non lo vedi più. Arriva un certo punto in cui lo vorresti, quel baluginare, che ti abbevereresti alla sua maledizione.

E lo sai che è peggissimo? Che è molto peggio? Che niente risuona: non geme, non scuote, cinguetta, non fruscia, sussurra e non parla.

Sull’orlo del pianto (ma non piangerà).

Sull’orlo del pianto (non piango, non piango).

Sull’orlo del pianto sfuggita, sfuggente, una lacrima scocca e raggiunge la gota. Dal ciglio della gota spicca il balzo per il volo e con troppa lentezza, deforme dell’aria, abbevera un sasso.

È un segnale.

Il sentiero scuote un brivido, un soddisfatto brivido. Si stira un ingranaggio di filamenti eterici. La luce ora è più tersa. Il dorso della mano si appoggia alla guancia, stupito.

Si stende un sorriso: “che sciocca”. E forza, dai, cammina. Cammina, in marcia, su, che nessuna siepe è infinita. Nessuna siepe è infinita, lo sai. Nessuna siepe lo è. La siepe è infinita. La siepe infinita qual è? L’unica infinita è quella che fai tale (fatale). È come la credi. Questa come la credi (cammina), questa è di biancospino (cammina) è solo biancospino (fiorisce?) è un cuneo infinito (cammina, cammina, nessuna lo è) è una siepe di spade (cammina) che corre (cammina) lo sai che ci vorrebbe (a meno che non sia) ci vorrebbe ma un bel fuoco (non piango, non piango) e poi vedi chi ride (mi scappa… sai che risa) vediamo chi la spunta, col fuoco (il fuoco io lo so) quest’anno niente fiori (il fuoco lo so fare), quest’anno non fiorisci, mio biancospino bello, hai smesso di strappare, hai smesso di tagliare, hai smesso di slabbrare ferite di pelle e di petalo a goccia, hai smesso di…

…cos’è questo, di nuovo?

Quasi non se n’è accorta, immersa come era nella devastazione, nel sogno sferragliante di fiamme dell’inferno e distruzione sghignazzante. Quasi non se n’è accorta ma qualcosa si è fatto. Qualcosa di nuovo, qualcosa di emerso dalle spire della siepe, dal bosco tutto intorno, dal tetto di rami, dai nidi di tronchi, dai sassi fluttuosi.

Ricordi le cicale?

Si dice frinire?

Si dice cicale: è quello. Non proprio quello quello, non proprio uguale uguale, ma è quello. Lo fondi da principio con le orecchie ronzio, col sangue che corre. Poi è chiaro: ora c’è.

E prima non c’era.

Non proprio quello quello.

Nel prossimo episodio, il primo di tre incontri…

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