Nel terzo pezzetto incontriamo la bambina. La bimba alza lo sguardo, il castello la abbaglia. Il presagio è oscuro e chiaro. E poi ribarbaglia. Sicuro che è per lei. Di fronte allo sgomento, la bimba fa una scelta.

Una regina di ragni e serpenti – 3

In alto il castello. Il villaggio sta giù, sulle rive del fiume. Il fiume gorgheggia: torrente impietoso. Dal fiume ti chiama in discorsi svariati:  c’è il pesce che ride,

c’è il rospo piumato, c’è l’alga che cigola, c’è la trota affranta.

Ci vuole poco e punto a rimanerci appesi.

La strada al castello rimane pulita. Libera sterpi, libera rovi. È come se qualcuno se ne prendesse cura, come battuta da piedi e da carri. Eppure, ve lo giuro, da qui non passa un’anima da minimo dieci anni.

Un’anima, sì. Un’anima, certo. E senz’anima?

Se passa senz’anima? Senz’anima passa?

Che cosa ne sai? Che mai ne sappiamo?

Senz’anima non credo che venga a dire a te se passa o se non passa.

Comunque, verso Ovest, al termine del borgo, in giù, verso la valle, appena poco prima che la roccia rimbalzi e con lei balzi l’acqua rigonfia e scoppiante c’è un’ultima casa. L’edificio, stronato degli strepiti del fradicio battente, si tiene a malapena. Marcisce, si sfa. Si sgretola e scivola. Però è divertente. Questo la bimba pensa. Perché si salta arrampica, perché si tuffa inzuppa.

Di solito lo è.

Lo è, divertente, di solito. Non ora. No no. Ora è quando stride, ora è quando chiama, ora è quei momenti che quando lo conosci di preciso sai che scappi.

Non ora che ha guardato, dal giù baluginata, il barbaglio di castello.

La bimba ha le unghie nere, ginocchi fatti a croste, un graffio sulla guancia e capelli antipidocchio. Il graffio è tutto nuovo, che ancora sta piangendo. Un rubino di lacrima che tiene in sé l’abisso, il segreto del suo grido.

La bimba: vedeste che occhi. La cosa a cui assomigliano di più da vicino è un urlo di battaglia, il continuo evocare il diritto a farsi gioia. Un fiato di tempesta che la anima di già.

Considera fortuna la spelonca catapecchia: le piace lo strapiombo, le piace il marcire. Marciume è un regalo, una culla di vita. La vita è interessante. Nel suo dipanarsi, nel suo diramarsi, nel suo ininterrotto, infinito morire. Morire e rimorire e rinascere e affannarsi. La vita è interessante.

La morte di suo babbo sarebbe interessante se si sapesse come. Boccone di torrente: lo ingoiò tanti anni fa. Rapito dal marciume. Ci è morto e rimorto. Non sanno di preciso, fu una notte aggrovigliata, faccenda di potere, di lamine di luce dardeggianti fra le frasche, di prede e predatori. Non rispettò un confine, non seppe una canzone, di certo non si sa. Quello che si è capito è che il torrente lo artigliò. L’ha masticato bene. Sputato invece no. La bimba era piccina. La bimba lo ricorda. La mamma da quel tempo si è fatta zitta e strana. Ancora un po’ più strana, che già era a modo suo. A volte parla al vento, a volte parla al fiume, a volte parla e basta. Sta zitta, per lo più. Le porta da mangiare. Non sempre: quanto basta. Le porta quanto basta, mammamorevolmente.

La gocciolina rossa, la lacrima rubino, si ingrossa e poi crolla e poi lascia una scia. Le lascia una crosta sottile sul viso. La bimba si strofina. La traccia si disfà. Non osa riguardare. In su baluginante l’ha vista e lei ha risposto. Castello. Ne avrebbe una gran voglia, di riguardare in su. Un po’ come quando sei in proda sul burrone e ti chiedi “quel passo? Se ora lo facessi quel passo piccolino che cosa poi sarebbe? Che cosa poi sarà che con un passo voli?” Così sottile e semplice: tanto definitivo. Qualcosa sta chiamando, di questo ne è sicura, lo dice le budella. Qualcosa non umano. Qualcosa impersonale. Qualcosa tipo il tempo o la passione per le rocce. Qualcosa tipo ragno, qualcosa di affamato. Questo non la diverte: qualcosa è pauroso e quando è pauroso non la diverte più. Non proprio del tutto. Non proprio. Non come. Qualcosa è differente. Vorrebbe riguardare, ne avrebbe voglia, sì.

Accadde poco avanti, accadde poco prima. Rivolta all’insù, più al cielo che altrove. Nel guardo all’insù, in mezzo all’orizzonte il castello a dente nero stava calmo abbarbicato.

Leggeva i rondoni, la bimba, in cerca di capire. Allora ha barbagliato.

Il castello barbagliò, e barbagliò per lei, per lei direttamente. Se ne accorse sì e no. Lo vide a malapena ma qualcosa nel suo corpo, sottile da principio, incominciò in allarme. Piccolo e persistente che poi ramificando le si strinse alle budella in una rete di maiale. La chiamerà paura: castello ha barbagliato e lo ha fatto solo a te.

Lo sai cosa dice? Lo sai che vuol dire?

Lo sai, lo sai bene: lo sai che vuol dire. E ora, stranamente, con quella appiccicosa che si attorciglia ai visceri avresti una gran voglia di riguardare in su. E tieni intenzione ancorata alla roccia, quella che sta alle rapide, quella che pare un fremito. Ti aggrappi alla roccia come se anche il torrente ti volesse portar via.

Ma non è il torrente, lo sai, non è come il babbo. Eppure ti aggrappi, perché è solo un istante e un istante ti risucchia.

La bimba è radice. Respira a cautela. Sa che si perderebbe. Sa che ne avrebbe voglia ed è questo che sgomenta. Aspetta l’ora giusta, il tempo di balzare e liberarsi dalla rete.

Uno schiocco secco, luminescente e limpido, di legno cristallino. Si spezza improvvisa una lama di suono: è un richiamo. L’istinto, il riflesso. Si sgancia dalla roccia per guardare in direzione. La direzione è in su. Lo schiocco si è dissolto. In su c’è anche il castello, nel campo visivo.

Castello ribarbaglia.

Son due barbagli: due.

Sparisce la paura, stranimmediatamente.

In uno sbadiglio si squaglia la rete. Come se il barbaglio fosse un soffio su una piuma, sul globo tremolante di un tarassaco soffione. Paura come semi si sparpagliano nel vento per piantine vive e nuove.

È proprio a questo punto che i budelli viscerali la raccolgono con forza

(e quando son budelli non c’è altra verità).

E sa che c’è una scelta: due canzoni differenti. La prima dice attendi: disgrazia è tua per sempre.

L’altra canzone dice

molla tutto e vai lassù.

Una è condanna, quell’altra è un richiamo.

Un’evocazione, un invito a guerra.

Nel prossimo tratto la bambina inizia il viaggio

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