La bimba incontra i rettili. Trasfigurazione.

Una regina di ragni e serpenti – 10

La bimba saltella. Fra i fiori del sentiero sembra proprio una bambina.

È una bambina.

Lo è abbondantemente, lo è più profondamente. È antica quanto il bosco. Saltella.

Dalle profondità le esce un canto di cristallo che accarezza l’aria intorno. È un tessuto di neve.

Sente di avere un corpo. Solo ora lo comprende con festante precisione.

Il bosco si dirada. La strada si stringe, si rende sassosa, si inerpica, sale. Torrente da lontano che continua a raccontare. Castello in alto è nero, si fa sempre più grande. La strada è faticosa. Il sole ora pretende il suo tributo di sudore.

Si addensa sul naso: è la terza goccia. Cade e precipita. Schianta per terra.

Immagineresti che esistono forme di questa esistenza per cui questa goccia,

una misera goccia è rovina?

O benedizione. Pastura polverosa. Esistono forme. Qualcosa che nasce o che nascerà. Sempre più erta, si stringe ulteriore. Gode nella fatica. Gode della fatica. Castello nero enorme. Brucia la pelle, come sospinta, come dai pori sorgesse un… Anche le mani, per arrampicare. I sassi si aggrappano, tirano in su. Il rassicurante tamburo del cuore. Graffia e si impasta di sudore e terra.

La vegetazione dirada, le poche che rimangono son forti e torte e basse. Affiorano cristalli che ragionano col sole in crittografie dell’ombra e geroglifici lunari. La bimba lo sa di conoscerne il verso, vorrebbe interloquire ma nel fuoco dell’ascesa non riesce a ricordare com’è che si risplende, come ci si adombra nel riverberare. L’aria è più fresca e profuma di spine. Il sentiero si avvolge. Un sipario di roccia cattura l’orizzonte. Il castello scompare.

Roccia. Ecco: roccia.

Non più terra e ciottoli: roccia.

L’assenza del castello le dà preoccupazione, come se temesse di non vederlo più, che non possa riapparire.

“Dipende da me”.

Lo pensa e lo dice

al nero fratellone, al castello.

Che ora non vede.

Le manca.

 

L’armatura, già inquieta, si agita in più. I ragni fanno spazio. Li inarca un pensiero ma non sanno per chi è:

sbrigati!

Sbrigati corri. Sbrigati!

 

La bimba si sbriga. Erode con calma il sipario di roccia, lo aggira. Ancora il castello non c’è, non si vede. La via si assottiglia, si fa luminosa. Si aggrappa, sospesa. Ma siamo sicuri che è questa la strada? Un nastro sottile appeso su un’assenza, su uno spazio senza vuoto.

La bimba guarda in giù.

Il vuoto la riguarda. Il vuoto la desidera. Ancora di più: la pretende. Protende un tentacolo che le accarezza il viso. La bimba lo stacca col lampo di un morso. C’è un urlo che non suona. Uno sputo. Pezzetto che cade, che cade per sempre e per sempre si sfa.

Un pezzo di cosa?

Un piede oltre l’altro, conquista ogni passo. Famelici di appigli polpastrelli senza sosta. Di spazio poco e punto, basta appena a respirare. E si assottiglia ancora. Guancia a guancia alla montagna. Lo sguardo ora non serve, lo sguardo ora non può. È un corpo che tocca e toccando riconosce, toccando distingue, decide, procede.

È tatto in azione; è tatto ed è solo, è tatto a vita o morte.                                                                                              Nell’aria, più intenso,

il profumo di spini.

 

Sonaglio.

 

Non è una cicala: è un suono ciottoloso. È ciottoloso e snocciola. Ha sapore di deserto. Raccoglie una frequenza che è antica e vertebrale.

 

La bimba ora sa che non può andare in su, non può proseguire (è faccenda di gravi). Si tiene e si aggrappa: né forza né grazia, non più con coraggio, di certo non gioia. Un suono riarso che tinge il sentiero, il sonaglio. Si aggrappa paura. La roccia alle dita è un tessuto, una cotta di maglia, uno specchio indovino. Sentiero è striscia vaga, è una stella filante rimasta brevemente ad addobbare la montagna.

Naso respira roccia.

L’odore di abete: profumo di spini.

 

 

 

Io ora torno indietro.

 

 

 

Il pensiero la avvolge come un’onda di sollievo: ora ritorno indietro non c’è niente nulla mi obbliga ad andarmene insù, ad andarmene incontro, ad andarmene ancora al… ancora al…

                 castello.

 

Si staglia nel cielo il contorno:

il castello.

È un motto che squarcia,

una lama allo stomaco, al cuore.

Piuttosto lascio andare. Piuttosto mi cado. Mi lascio abbracciare dal vortice il nulla, mi lascio abbracciare dal vuoto.

La bimba apre gli occhi ma non c’è di che vedere. È per come è appoggiata: la guancia e la fronte al tepore di roccia, incollate a un abbraccio snervante. La gravità chiama. Può solo guardare un frammento di via alle sue spalle.

Io torno indietro no. Non torno indietro no. Più volentieri cado. Piuttosto io casco e volentieri lascio andare.

Pensiero che striscia. Lo plasma per scherzo, al principio, per giocarci un poco, ma è come gramigna e attecchisce al dolore. Comincia a nutrirsi. Perché ora anche il corpo suggerisce non c’è scampo. Né avanti e né indietro: lo spasmo. Rabbrividendo vibra di calore e freddo. Trema e tremando si appiccica abbraccia. Si schiaccia alla roccia.

La roccia è così tiepida.

Vorrebbe sprofondare.

 

Sette e sei.

Il suono è ciottoloso. È suono di serpenti. Li intuisce, intravede. Sono in giù, verso valle, su quello che prima dicevi sentiero.

Non si torna indietro.

Si gela la colonna, la spina vertebrale. Fa per scappare: dove? Si tende, muove un piede, riaggrappa i polpastrelli. La striscia si sgretola. Un gemito sfugge. Il sonaglio si cheta.

La assale un silenzio che annuncia. La vogliono e come.

Perché proprio io? Perché proprio qui?

Perché proprio lei?

Ti voglio.

Sonaglio in silenzio sta ai piedi.

Ti voglio.

Sonaglio. Sono due. Eccoli alle caviglie. Pensa alla danza, pensa alle cavigliere, le viene anche da ridere. In quell’antro gelido un sorriso arriva a galla.

Ora aspetta il morso. Eccolo che arriva. Mi lascio cadere.

Piuttosto io cado.

Ora morde e io cado.

 

Il freddo e le spire: le due cavigliere.

Quattro e cinque.

Anche da monte arrivano, contemporaneamente. Non le può vedere, lo sa: il sibilo è nuovo. Puntano al petto, puntano al cuore.

Due sibilanti due. Strisciando da monte due vipere al cuore. Si intrecciano accoppiano al cuore. È un unico dardo, è un’unica spira. Non vede, non più, ne sente il sospiro, il piacere. Un sacro che fonde e fondendosi crea.

Le aprono le costole, le spezzano lo sterno. Nidificano lì, nidificano al cuore. Bruciano come un sole. Un urlo silenzioso, una stella appena nata.

In qualche sua maniera sta aspettando ancora il morso, ma è solo vagamente che già a questo momento il pensiero non è tale. È solo sensazione e non è né bella o brutta.

 

Due e tre.

Al centro delle mani appoggiate alla montagna qualcosa emerge e preme. La pelle del monte si inarca e si spinge, è membrana.

Come si rompe un sacco.

Involucro amniotico: un sacco.

In corrispondenza: al centro del palmo del centro alle mani. Si rompe. Due mani, due porte. Portali. Lo stendersi infinito dello spasmo: si è aperta la via – direttamente aperta – fra bimba e la montagna. Due vie. Due corpi è un corpo solo. Entrano i due serpenti, due piccoli anaconda. Indugiano ai polsi (altre porte). Il tempo di un sospiro, poi si animano al gomito. Abbracciano avambraccio. Le dita annidate ora spire.

 

E poi?

 

I piedi che danzano (due); mani che afferrano (due); il petto è squarciato da un uno che è due (due).

 

Il morso arriva ora?

 

Uno.

Dall’alto, con gioia, dall’alto ora il geco. La bimba è montagna e montagna è lei. Non trema non più. Palline polpastrelli, polpastrelli fra i capelli (si infrenano ai capelli). Incontrano il cuoio, la cute. Incontrano il teschio.

Il geco è divertente. Palline polpastrelli si appiccicano al teschio. E sono così morbide, così morbide e fresche. Radici minute che affondano, perforano accarezzano, che sposano corteccia. Ramificandosi elettrici scambi. Piccoli fulminini. Scatena una tempesta, tempesta in miniatura. La luce si fa carne, la carne si fa luce. Le fauci del geco ad assaggiare ossigeni, aperte ad ingoiare. Unisono di rettile, di rettile e bambina. Infine la coda che si apre una strada alla base del cranio. Si infila sottile al midollo spinale.

 

Arriva ora il morso ma a mordere è lei.

Le fauci spalancate.

Una mandorla luce.

Poi buio.

È un buio che profuma, che canta. Un buio accarezzare, il buio che ha il sapore di una ghianda iridescente.

La bimba percorre la pelle del monte, del monte che è lei, di lei che è del monte, di lei che si appiccica, striscia e sonaglia, che accoglie e spalanca, di lei che ora ride.

Di nuovo e per sempre ora ride.

E dopo? L’esercito dei ragni che prepara sposalizio…

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