Una storia complessa, strutturata, pensata. Stavo tornando dal lavoro e mentre guidavo è arrivata l’idea di queste tre balene come spiriti del mare. Subito dopo, a casa, ho trovato Tosca che stava accomodandosi al sonnellino pomeridiano. Dal canovaccio che avevo in mente è nata una storia “da grandi”. È drammatica. Si parla di inquinamento, di ecologia, di Natura. La storia ci è piaciuta, è piaciuta a tutti e due. Mi è piaciuto raccontarla. Tosca l’ha richiesta, ogni tanto la rammenta, mi chiede spiegazioni.

Tempo dopo, guardando La Gabbianella e il Gatto, ha riconosciuto quello che succedeva: “è come nella storia delle balene”.

Pesce

Le tre balene magiche

Ci sono, negli abissi, creature misteriose. Creature che nessun essere umano ha mai conosciuto. Creature difficili persino da immaginare. Sono creature potenti, talmente diverse da quello che siamo abituati a vedere o sentire, che se anche ci capitasse di incontrarle probabilmente non ci accorgeremmo di loro. Sono spiriti del mare. Sono guardiani, protettori di pesci, crostacei e molluschi e di piante marine, protettori di paesaggi, di coralli e scogliere.

Uno di questi spiriti è Balena Arcobaleno. È splendida e veloce. È così veloce che quando la si incontra (ed accade di rado) tutto ciò che si distingue è una rapida scia. Una scia di colore, una scia che galleggia sospesa per un poco e che nello spazio del respiro di un’onda è sparita. Chi la incontra non capisce, specialmente se è umano, non si rende conto di quello che ha incontrato, e crede di vedere il colore dell’oceano. Certe popolazioni della costa e delle isole, nelle loro storie antiche, ne raccontano il prodigio: l’arcobaleno degli abissi, che dallo sfiatatoio (il buchino sulla schiena) spruzza goccioline di tutti i colori. Ma proprio tutti, i colori, anche quelli che non conosci, che non hai mai visto e che non sai come chiamare.

E poi c’è sua sorella, quell’altro grande spirito, c’è l’altra balena, che è trasparente. È una balena limpida, è come cristallo. Lei non si può vedere. Lei non la si vede perché, appunto, è trasparente. Chi l’ha guardata ha guardato attraverso, attraverso di lei. E ha visto l’oceano attraverso di lei, ha visto la trama danzante in eterno di onde e correnti. L’ha visto luminoso, certo, perché la limpidezza illumina e chiarisce, e probabilmente è rimasto estasiato a bocca aperta a ringraziare. Ma non si è reso conto di ciò che, davvero, gli stava di fronte. La luce del profondo, la chiamano, e dallo sfiatatoio lei spruzza goccioline di luminescenza pura.

Come si diceva, queste creature non sono esattamente balene balene. Sono qualcosa di diverso: si possono chiamare spiriti, oppure protettori. Sono essenze, aspetti, caratteristiche del mare. Sono visioni: una raccoglie in sé la luminosità di tutti gli oceani, l’altra ne raccoglie i colori.

Queste due balene magiche, pur conoscendosi molto bene, si incontrano di rado (loro due fra di loro). Solo una volta ogni dodici lune, che più o meno è un anno nostro, nel modo in cui noi umani ci raccontiamo il tempo. Le due balene si danno appuntamento, o meglio: lo sanno. Sanno a un certo punto che si devono incontrare, così senza parlare: per loro è sufficiente rivolgersi al profondo per sapere l’essenziale. Allora si incontrano, e allora si raccontano quello che di importante c’è da raccontare: storie di mare, storie di correnti, di pesci grandi e piccoli. Di ciò che cambia e di ciò che rimane, delle isole che nascono e di quelle che restano inghiottite dalle onde.

Il luogo del loro incontro è segreto. Solo loro lo sanno. Se lo comunicano a grande distanza, attraverso vibrazioni che soltanto le balene possono percepire. Scelgono ogni anno un luogo differente. Deve essere profondo e privato. Lontano dalle rotte, dalle correnti frequentate. Lì si incontrano, lì si raccontano, lì prendono decisioni. Poi si salutano, e da lì ritornano a solcare i mari, infinite e instancabili.

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L’anno scorso, però, c’è stato un incidente. Le due balene magiche avevano deciso di incontrarsi su al Nord, in un mare gelido di profondità oscure. Su in superficie infuriava una tempesta. In mezzo alla tempesta barcollava una nave, minuscola al cospetto delle onde e del vento. Una nave sperduta, fuori rotta e impaurita. La nave portava petrolio nel ventre. Il petrolio è una cosa molto nera, vischiosa e puzzolente che per molti esseri umani è preziosa. È un po’ come l’olio ma è nero e appiccicoso, ed è pericolosissimo per le piante e gli animali: per loro è velenoso. La petroliera (così si chiamano le navi del petrolio) era sbattuta e sbatacchiata. Il mare in tempesta sembrava convinto di volerla inghiottire. Il capitano della nave, reso folle di paura, pensò di alleggerirsi e ordinò di svuotare le stive. Decise e ordinò di gettare in mare tutto il petrolio che stava trasportando. Il petrolio, tu sai, per le creature del mare è un veleno tremendo. Come un mantello nero li avvolge senza scampo, li soffoca e li lega, li appiccica. Pesci, mammiferi, uccelli e crostacei. Molluschi e vegetali, e anche uomini e donne… se ti immergi nel petrolio e poi non puoi pulirti entro breve tempo muori.

Il capitano impazzito ordinò. Una nube nera di petrolio si sparse nell’oceano. Le due balene si trovavano proprio lì, giù, in profondità. Si accorsero, videro. Seppero subito cosa stava succedendo. Videro la tragedia: tutti gli esseri viventi che avessero toccato la nube di petrolio sarebbero morti. Decisero subito, allora, le due balene. Loro che erano forti, loro che erano spiriti, loro che forse potevano anche… Avrebbero raccolto il petrolio, l’avrebbero preso e portato con loro. Tutto. Tutto quanto. Balene magiche, spiriti potenti. Si gettarono nel nero, dentro alla nube, e fecero in modo che il petrolio si posasse su di loro e rimanesse appiccicato ai loro corpi. Tutto il petrolio. In questo modo pulirono il mare, ma furono completamente avvolte. Qualsiasi creatura sarebbe morta subito, ma loro erano magiche. Potevano sopportare anche tutto il petrolio, almeno per un po’. Però diventarono cieche. Furono sorde e mute. Tutto era nero per loro oramai. Si misero accanto, l’una a fianco all’altra, le pinne vicine per farsi coraggio. Decise si diressero. Nuotavano veloci. Al loro passaggio gli animali marini si disperavano. Alcuni scappavano, impauriti da tanta sofferenza; alcuni cercavano di aiutare, ma non sapevano come; la maggior parte piangeva: piangevano e basta.

Le due balene nuotavano. Nuotarono e nuotarono, dirette e precise, finché giunsero alla costa. E qui continuarono, andarono avanti. Si avvicinarono alla spiaggia. Si avvicinarono troppo alla spiaggia. Andarono oltre. Finché si arenarono. Rimasero lì, sul bagnasciuga, fianco a fianco.

Era una spiaggia di villeggiatura. C’era tanta gente, e tanti, sgomenti, assistettero all’arrivo. Immagina questi due spiriti, immensi e splendidi, completamente neri e puzzolenti di petrolio, arenati. Erano ancora vivi, certo, ma ciechi, sordi e muti e vicinissimi alla morte. Attorno a loro si raccolsero i bagnanti. Si sparse la voce. La gente veniva da tutte le parti. Sempre di più, una folla. Vennero da tutte le parti, da tutto il mondo per vedere le balene. E quelli che vedevano non potevano tacere. Tantissime persone, da vicino e da lontano, arrivavano e capivano l’enorme tragedia che si stava compiendo. E tutti piangevano, piangevano e pregavano che ci fosse un modo, che esistesse una speranza di salvare le balene. Con loro piangevano le creature del mare: tutti gli animali i vegetali e i minerali. Si sparse la voce fra le bestie della terra ed anche sulla terra furono tutti tristi e piansero e pregarono che ci fosse una speranza.

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Fu dentro a questa enorme, smisurata preghiera che accadde un fatto strano. Il cielo si annuvolò, il sole scomparve. Cominciò a piovere. Pioveva acqua salata. Pareva che anche il cielo si fosse messo a piangere. Ma in quel modo le balene, pur coperte di petrolio, restavano bagnate. Con quella pioggia potevano sopravvivere. Almeno per un po’, un pochino più a lungo.

E subito dopo fu un’altra stranezza: arrivarono i granchi. A migliaia e centinaia, milioni di granchi, di tutti i modi e i tipi, di ogni razza e dimensione. Sbucavano dall’acqua, dalla sabbia, dai tronchi adagiati, dai tombini e dal corallo, dai cespugli di alghe e dalle creste di scogliera. Granchi grandissimi e piccoli e grandi, minuscoli e veloci, appiattiti o tondeggianti, spinosi o bozzolosi o dal carapace liscio. Persino granchi rari, persino granchi teneri e pelosi addirittura. Insomma: tutti i granchi, tutti quei granchi che si possono pensare, e forse anche di più. E tutti questi granchi si arrampicarono, salirono sulle balene e le ricoprirono completamente, e poi con le chele, pazientemente, si misero a pulirle. Pezzettino a pezzettino staccavano il petrolio. Pezzetto per pezzetto lo gettavano lì accanto, a formare un mucchio nero. Piccino da principio, via via sempre più grande. Così le balene venivano pulite. Si cominciò a rivederne la pelle, riaffioravano luce e colori. Si aprirono gli occhi e lo sfiatatoio, si aprì la grande bocca. L’arcobaleno comparve di nuovo, e la trasparenza dell’altra balena. Intanto pioveva, pioveva tanto tanto. La pioggia sosteneva il lavoro dei granchi: puliva, lavava, aiutava. Le balene tornarono tutte pulite, completamente. I granchi se ne andarono. Velocemente come erano arrivati zampettarono via. Restavano, arenate sulla spiaggia, le due balene. Una folla, rapita, le contemplava. Accanto alle balene una montagna di petrolio, quello staccato dalla loro pelle.

Fu qui, a questo punto, che arrivarono tartarughe a migliaia. Eserciti di tartarughe, di tutte le maniere, di razze e dimensioni. Tartarughine piccine picciò, tartarugone enormi, testuggini giovani e tartarughe antiche, di terra e di mare. Giunsero tartarughe e sapendo di preciso quello che erano a fare strisciarono al di sotto delle due balene magiche, andarono a incastrarsi fra la loro sabbia e il ventre. Strisciarono a frotte, a stormi a milioni. Entrarono lì sotto e ad un solo comando comandato non so come tutte insieme sollevarono e insieme si mossero e insieme trascinarono, verso l’acqua e verso il largo, dove potessero ancora nuotare. La gioia, l’esultanza, risate e canzoni e danze e tripudio di chi stava a guardare. E quella preghiera così incommensurabile di uomini e donne, di piante e animali, di terra, cielo e mare. Tutta la gratitudine che si può concepire traboccava insieme all’acqua, insieme alla pioggia, insieme alle balene.

Così le due balene tornarono al mare. Però rimanevano. Restavano lì, davanti alla spiaggia, a nuotare. Erano pulite, ormai. Erano salve e vive. Eppure restavano, un po’ galleggiando o immergendosi a tratti con colpi di pinna e di coda piccini, appena percepibili, appena accennati. Sembrava, si direbbe, che aspettassero qualcosa. Qualcosa aspettavano e qualcosa accadde: la montagna di petrolio.

Tutto il petrolio staccato dalla pelle e ammucchiato sulla spiaggia incominciò a tremare. Fremeva e vibrava. Fremeva, vibrava a sussulti. Incominciò a muoversi. Si allungò, prese forma. Prese una forma di enormi pinne nere e una nera coda enorme. Neri fanoni, nera la pelle e lucida. Di un lucido abbagliante ed immensamente oscuro.

Si aprirono gli occhi: è la balena nera. Era una balena forgiata di notte, di buio e petrolio. E allora anche lei le mille tartarughe portarono in mare. E le balene magiche a quel punto erano tre: era nato un nuovo spirito. Ora era Arcobaleno, insieme a Trasparenza e insieme al loro il Buio, lo spirito che incarna la tenebra del mare.

Allora si tuffarono. Sparirono veloci nelle profondità.

Finirebbe qui… ma i finali sospesi (che io adoro) lasciano ancora una certa inquietudine. Sento la necessità di ribadire il lieto fine, per rassicurare.

E gli esseri umani… finalmente, capirono. Capirono gli errori commessi e decisero di rimediare. Capirono la gioia preziosa del mare e dei suoi spiriti, di tutte le creature. Si resero conto che era loro dovere proteggerla, amarla, custodirne i tesori. E da quel giorno nessun essere umano ha mai più offeso il mare.

Magari…

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