Stiamo giocando, io e Tosca. Io sono un lupo nero che cerca di rubare il cucciolo di comare volpe (Tosca). Nello svolgersi degli eventi, però, lupo e volpe fanno amicizia, e volpe mi invita a pranzo a casa sua. Parlando del più e del meno mi chiede se conosco i gufi. “Ma certo che conosco i gufi” rispondo. Anzi, risponde lupo nero: “sono miei buoni amici. I gufi raccontano le storie da gufo”. “Che cosa sono le storie da gufo?” “Le storie da gufo sono storie di notte, di stelle, di luna… sono storie fatte di suoni, perché i gufi hanno un udito finissimo, e riescono ad accorgersi di tutti i suoni della foresta. Li riconoscono tutti. Sanno esattamente che cosa è un certo suono, da dove viene, chi lo produce. Queste sono le storie da gufi”.

“E che cosa dicono?”

Tosca si predispone ad ascoltare. La richiesta è chiara: voglio una storia da gufi. Si immagini la scena, a questo punto. Tosca è seduta sul letto. Io sono in piedi, davanti a lei. C’è un grande tappeto che fa da palcoscenico. Abbiamo tempo, abbiamo spazio: è l’occasione buona per divertirsi un po’. Mi prendo la libertà di drammatizzare. Il che può rendere interessante qualsiasi storia. La storia che è uscita in effetti è particolare. Drammatica, all’inizio, quasi cupa, evolve in un finale a sorpresa che è stato molto apprezzato. Nel testo ho inserito qualche appunto che spero sia di aiuto a chi voglia a sua volta raccontare.

pesce colorato

Una storia da gufi

Questa è una storia da gufi, e siccome è una storia da gufi è una storia di notte. È una storia fatta di suono e oscurità. Questa è la storia del gufo che vide sparire le stelle (pausa drammatica, tono drammatico… pathos… Tosca cambia espressione, come dire “wow, questa è una storia bella”. Ottengo la meravigliosa, fulgente attenzione di una bambina di tre anni e mezzo).

Questo gufo, che si chiamava Osvaldo, si era svegliato al crepuscolo, come era sua abitudine. Il sole tramontava. Lui stiracchiò le ali, si sgranchì le zampe e gli artigli, si lisciò accuratamente le penne, che nel sonno si erano un po’ raggrinzite. Volò al torrente, per bere un sorso d’acqua. Il sole, intanto, era tramontato. La foresta incominciava a cantare tutti i suoni della notte, le stelle trafiggevano il manto scuro del cielo. La luna sarebbe sorta poco dopo. Il gufo decise che era il momento di fare colazione. Prima, però, gli piaceva osservare il passaggio, gli piaceva contemplare il modo in cui il giorno e la notte sfumano l’uno nell’altra. La sua adorata notte, così viva, così piena. E piena era la luna che stava sorgendo. Era tanto luminosa da nascondere una parte delle stelle. Ma stelle, a migliaia, cominciarono comunque a fiorire.

Quando la notte fu piena e la luna fu alta il gufo spiccò il volo. Colazione: era ora di colazione. Il suo udito era attento: sentiva tutti i suoni. Lo scricchiolio del cerambice. Il fruscio della biscia, il grufolare di una cucciolata. La corsa del daino, il respiro del lupo. E questo? Questo cos’era? Questo era interessante, altroché. Questo suono piccolino, questo rosicchìo, un furtivo scalpiccìo. Il rompersi del guscio di una noce. Questo era un topolino! Questa era colazione! E il gufo, col suo udito, non aveva alcun bisogno di vedere con gli occhi. Lui sapeva esattamente dove il topo si trovava, a quale distanza e a che profondità (perché si nascondeva sotto alle foglie). Sapeva persino in che direzione si stava muovendo, e a che velocità. Si gettò in picchiata, pregustando un lauto pasto. L’ebbrezza della caccia lo rendeva assai felice. In un attimo non fu più un gufo in caccia, ma fu la caccia stessa, l’essenza della notte, fu il predatore oscuro (accentuando i toni orrorosi).

Ma mentre volava, fulmineo come freccia, accadde qualcosa che non si aspettava. Non capì che accadeva, ma quello che accadde fu abbastanza forte da fargli perdere la certezza del volo. Perse la direzione. Perse assetto e postura. Vacillò, si infrenò. Arrivò sul terreno prima di quanto si aspettasse. Invece del topo trovò una radice. Inciampò. Ruzzolò (io cado in terra e ruzzolo), si graffiò, si spennacchiò tutto (mi spennacchio i capelli). Si sbucciò persino un ginocchio (la madre di tutte le ferite. Comincio a zoppicare in giro).

“Ohi ohi ohi… povero me…” si lamentava Osvaldo “Ohi ohi che male, che dolore, la mia povera zampa… Guardà qua… mi scappa persino il sangue… mi dovrò disinfettare con l’acqua del torrente…”.  (La parte con la caduta di Osvaldo può andare avanti ad libitum, secondo il gradimento del pubblico).

“Ma che è successo?” si chiese Osvaldo, frastornato e spennacchiato. Saltellava in giro, zoppicando. Si guardò intorno. Annusò l’aria, ascoltò. C’era qualcosa di strano. Qualcosa era cambiato, ma lui non sapeva ancora dire di preciso di che cosa si trattasse. Volò su un ramo, per riflettere. Si girò intorno, per catturare il mondo. Lanciò l’udito come solo i gufi sanno fare e così si rese conto. Allora capì. C’era silenzio. C’era troppo silenzio. La foresta non aveva più suoni. Non c’era più lo scalpiccìo, non più il rosicchiare, non c’era più fruscio né gocciolare. Non più respiri o ansimi, non più richiami, non più canzoni (qui Tosca comincia ad apparire preoccupata). C’era solo il silenzio. Persino il vento si era fermato, persino il vento (sottolineando). Neanche una foglia si muoveva, neanche una foglia frusciava. Solo la luna, enorme e luminosa, splendeva nel cielo.

Dove erano andati i suoni?

“Uuuuh! Uuuuh!” Chiamò il gufo Osvaldo: “Uhuu! Uhuhuu! C’è qualcuno?”. Nessuno rispose. C’era solo silenzio. “Uuuuh! Uuuuh! Amici gufi, dove siete? Comare volpe… creature della notte… fatevi sentire per favore…” Volò. Volò per tutta la foresta chiamando, invocando. Nessuno rispose. Solo un silenzio immobile. Il gufo cominciò ad aver paura. Non sapendo a chi altri rivolgersi volò sulla cima dell’albero più alto (un titanico abete), per chiedere alla luna. Si volse verso l’alto e, con grande spavento, si accorse di un’altra stranezza: anche le stelle se n’erano andate. Non c’erano più. Non perché fosse nuvolo: il cielo era sereno. E non per la luna, non era il suo manto luminoso a coprire le stelle. Non c’erano e basta. Non c’erano più. Ne era scomparso anche l’odore. Nel silenzio più totale sentiva solamente il suo cuore che batteva. Era un cuore preoccupato: “tu-tum, tu-tum tu-tum” faceva. Si volse alla luna per avere spiegazioni.

“Luna, Luna, madre mia. Dimmi, ti prego: dove sono andati i suoni?

“Figlio mio, non lo vedi? Non ci sono più le stelle.”

“Lo vedo, madre Luna.”

“Gufino, non lo sai? Ogni stella è un suono e ogni suono è una vita. Se sparisce la stella sparisce anche il suono. Se il suono sparisce, sparisce la creatura che a quel suono dà vita.”

“Ma allora, madre Luna, dove sono le stelle?”

La luna chiuse gli occhi. Con un sorriso dolce si volse via dal gufo. Non rispondeva più.

Il gufo la chiamò: “madre Luna! Madre Luna… rispondimi, ti prego. Ti prego, non lasciarmi qui da solo…”

La luna, però, rimaneva in silenzio. Si era rivolta altrove. Il gufo, osservandola, ebbe l’impressione che portasse una strana espressione. Non era la placida luna di sempre, magari un po’ triste ma sempre serena. Sobbalzava, come se singhiozzasse. Forse stava piangendo? No. Non sembrava piangesse. Sembrava una specie di tosse o… Era come se stesse cercando di trattenere qualcosa. A guardare bene, avrebbe detto il gufo, sembrava si sforzasse di non ridere (qui ridacchio, sussultando, come qualcuno che non riesce a trattenere le risa. Il fatto è che il dramma, nella storia, era diventato troppo intenso e che Tosca, col gufino, stava preoccupandosi sul serio. Non volevo spaventarla, quindi dovevo trovare un modo per sciogliere la tensione alla svelta. Per questo ho dato un’improvvisa svolta comica. Sarebbe interessante, però, esplorare altre strade.).

“Cerca bene, gufino” disse la luna. Cercava di darsi un tono solenne ma, ormai era evidente, faceva fatica a trattenere il riso. “Cerca bene e troverai: se trovi le stelle ritrovi anche i suoni. Se ritrovi i suoni ritrovi la vita di tutta la foresta”.

E il gufo cercò. Cercò in tutti i buchi, cercò sotto il muschio, negli angoli, fra l’erba, fra radici e in fondo ai pozzi. Cercò e cercò, ma non trovava nulla. Vedeva la luna, grande e luminosa, che ogni tanto bisbigliava qualcosa, ridacchiando. Finché si stufò. Tornò sulla cima dell’abete, un po’ arrabbiato, stavolta. Fissò la luna, la guardò dritto negli occhi. Gli occhi della luna ridevano. Fu in quel momento che il gufo Osvaldo notò qualche cosa di strano. Come uno sfarfallio. Dietro alla luna, un movimento furtivo. Uno sfrigolio di luce.

“Che c’è lì dietro, Luna?”

“Lì dietro dove, caro?”

“Lì. Dietro di te”

“Ma qui non c’è niente, gufino.”

“Fammi vedere.”

“Ma non c’è niente, gufino, te lo assicuro.” E giù a ridere…

Il gufo si levò in volo. Voleva guardare dietro alla luna. La luna si spostò per fare schermo col suo corpo, intanto rideva. Ridacchiava e ridacchiava. Il gufo svolazzava, di qua e di là, cercando di sbirciare. “Fammi vedere” diceva. Veniva da ridere anche a lui, ora. Era come una danza. Alla fine la luna si scansò. Apparve ciò che nascondeva. Era meraviglioso: una fantasmagoria di stelle. Migliaia e migliaia e migliaia di stelle si erano tutte rimpiattate dietro a lei. Si erano nascoste, tutte in fila, fitte fitte. Era un tripudio di luci e di cielo. Il gufo, esterrefatto, guardò la luna. La luna lo guardava, amorosa, con gli occhi di gioia: “era uno scherzo, gufino. Volevamo solamente divertirci un po’. A stare quassù tutto il tempo a volte sai… ci si annoia.”

Le stelle tornarono al loro posto, scherzando fra di loro, sfrigolando di gioia. Il gufino tirò un grandissimo sospiro di sollievo. Rise anche lui. Insieme alle stelle tornarono i suoni. La foresta ebbe di nuovo vita. Il gufino volò giù, di nuovo ai suoi affari. C’era una colazione in sospeso, ed ora aveva una gran fame. Chi l’avrebbe mai detto, pensava, che la luna e le stelle fossero delle burlone?

Da premesse drammatiche è uscito un finale così, un po’ stile Pimpa. Questa storia si potrebbe sviluppare in altro modo, certo, e se qualcuno ha qualche idea è la benvenuta. La domanda è: chi ha rubato le stelle e (di conseguenza) i suoni? Perché? Come si può risolvere l’incresciosa questione? Va detto che il mio pubblico, che stava cominciando a preoccuparsi parecchio per la sorte del povero gufo, ha gradito moltissimo lo sciogliersi della tensione (non ha ancora 4 anni). Io mi sono goduto il mutare delle sue espressioni nel corso del racconto, ed è stato un piacere. Una nota: il gufo che cerca di guardare dietro alla luna mima un gioco che a volte io e Tosca facciamo insieme, in cui uno dei due nasconde qualcosa dietro la schiena e l’altro cerca di scoprire che cos’è.

Da questa storia, poi, il didatta che è in me e che vive in agguato nell’ombra, ha ricavato un gioco interessante, che porta la consapevolezza sulla percezione. “Giochiamo come il gufo Osvaldo a catturare i suoni?” Le dico. “Siamo cacciatori di suoni, predatori notturni. Chiudiamo gli occhi e ascoltiamo. Quali suoni senti? Li riconosci? Riesci a dar loro un nome? Tappiamoci le orecchie. Cosa cambia? Proviamo a cantare con le orecchie tappate? Proviamo ad andare in cucina ad occhi chiusi?”  Eccetera… secondo fantasia.

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