È passato del tempo. Storie sono passate, numerose. Alcune sono volate via, alcune restano. Fra le più belle è la storia di Teresa che, anima e corpo, si è dedicata all’Opera più alta che c’è. E che per tempo ancora, e molto dolcemente, la terrà avvinta a sé. Di posto gliene rimane pochino, a Teresa: le sue illustrazioni su questo piccolo blog torneranno quando sarà tempo. E quando sarà tempo lo saprà lei, da sé. Aspettiamo volentieri, con gioia. Intanto, col suo permesso, riempo gli spazi vuoti con disegni miei, che sono fuori contesto, lo so (non sono proprio in grado di disegnare a tema): poco più che segnaposto per ben altre illustrazioni. Ma le storie fremevano. Volevano uscire. Tosca le chiede ancora e crescendo si fa sempre più esigente. Proprio ieri sera ha interrotto a metà una (ben poco ispirata, in realtà) novella su uno pterodattilo colorato (ebbene sì, sono giunti i dinosauri). “Questa storia non mi piace. Raccontami quella del moscone e la moscona…”ResizedFromH

Ritorno quindi indietro nei miei appunti, a ripescare la vicenda de

Lo zanzarone che abitava nel vento

Lo zanzarone era un animale strano. Viveva felice svolazzando qua e là, senza preoccuparsi di nulla. Senza preoccuparsi di dove andava, né di che cosa stesse facendo. Mangiava i fili d’erba e i fili d’erba erano ovunque. C’era sempre abbondanza di cibo intorno a lui, ovunque si trovasse. Ogni volta che aveva fame si posava e sgranocchiava un filino d’erba. Poi volava via di nuovo. Adorava volare. Gli piaceva lasciarsi andare al vento, gli piaceva farsi portare. Gli piacevano le giravolte, le cadute vertiginose, gli avvitamenti e le capriole. Era bravo, bravissimo a lasciarsi andare, a lasciarsi trasportare.

Un giorno però, mentre svolazzava felice, vide una cosa che gli tolse il fiato. E allora lo zanzarone perse il ritmo del vento, si avvitò su se stesso e fece un ruzzolone catastrofico. Ancora frastornato si rialzò in volo, per guardare meglio. Guardò. Era vero. Era vera. Era lì. C’era ancora. Lì vicino, in una pozza, illuminata dal sole, c’era una zanzarona. Ma non una zanzarona e basta. Era una zanzarona splendida. Era la zanzarona più bella che si potesse immaginare. Le ali luminescenti mandavano riflessi arcobaleno, le zampe lunghissime erano coperte di goccioline d’acqua, le antenne vibravano al vento. Si dissetava con la sua graziosissima proboscide, con un’eleganza che lo zanzarone a malapena riusciva a concepire. Decise che, in un modo o nell’altro, sarebbe diventato suo amico. Decise di spiccare un gran balzo e di chiedere al vento di portarlo lì da lei. Poi ebbe un’idea migliore: decise di invitarla a cena a casa sua. Le avrebbe preparato dei gustosissimi fili d’erba conditi con uno spruzzo di miele fermentato: una prelibatezza degna della sua bellezza.

Quando però fu sul punto di balzare gli venne in mente che lui, in realtà, una casa non ce l’aveva. Non ne aveva avuto bisogno, fino a quel momento. Quando era stanco gli bastava posarsi sotto una foglia, o dentro un tronco cavo, o sotto un fungo. Gli bastava reclinare la testa sotto l’ala, chiudere gli occhi e dormire. Ovunque si posasse, quella era casa sua. Ma una casa vera, una con la porta, le finestre e una sala da pranzo non l’aveva. Come poteva fare? La zanzarona, così elegante e sofisticata, non avrebbe mai accettato il suo invito. Decise allora di trovarsi una casa. Di costruirsela, se necessario. Però non sapeva come fare, non ne aveva proprio idea. Decise che avrebbe imparato. Decise di chiedere consiglio a chi era più esperto di lui. 

Andò a chiedere alle api. Le api costruivano case di una bellezza stupefacente. Si recò all’alveare, bussò. Le api erano sue amiche. “Amiche api, potete insegnarmi a costruire una casa bella come la vostra? Ho conosciuto una zanzarona splendida e vorrei invitarla in una casa degna di lei”. Le api gli insegnarono l’arte della cera, e del modo in cui si modella,e di come si costruisce una cella perfettamente esagonale. Lo zanzarone si impegnava ma la cera non riusciva a fabbricarla, e anche se gliela prestavano le sue zampe sottilissime ci restavano appiccicate. Alla fine dovette rinunciare. Ringraziò le api, ma la cera proprio non faceva per lui. Allora andò a chiedere alle formiche. Le formiche lo istruirono dettagliatamente sull’arte dello scavo. Erano precise, le formiche, e gli dettero istruzioni minuziose su come si scava una galleria, su come si costruiscono caverne calde e solide, su come si sceglie il terreno e come ci si assicura che il soffitto non crolli. Lo zanzarone ascoltò attentamente. E quando credette di aver capito ringraziò, e cominciò a scavare. Ma quanta fatica… la terra era così dura, si graffiava le zampe. Sudava sotto il sole per ore. Al tramonto era stanchissimo. Tutto sudato, tutto terroso, coi graffi sulle zampe… e come risultato… una buchina piccina picciò… Gli venne quasi da piangere. Poi si ricordò che al tramonto la zanzarona faceva il bagno alla pozza. Corse là, per guardarla almeno da lontano. La vide arrivare, portata dal vento, la vide ruzzolare sull’acqua e bagnarsi e bere… com’era bella. Aspettò la ventata giusta, che lo prese con sé e lo portò su un tappeto di muschio. Lì si addormentò. Il mattino successivo, rinfrancato, era sempre più deciso a costruire la sua casa.

“La lumaca!” pensò. Che bella casa che aveva la lumaca. La portava sempre con sé. Era una bella idea. “Andrò a chiedere alla lumaca”. La lumaca strisciava distrattamente sopra una roccia ombreggiata, tranquillamente diretta verso i suoi misteriosi affari. Lo zanzarone, in una folata di brezza, atterrò accanto a lei. La lumaca si ritrasse. Tirò dentro le antenne, si ritirò nel guscio. Lo zanzarone era molto ammirato. “Lumachina lumachina” le disse “non avere paura. Voglio solo chiederti una cosa: avrei bisogno di sapere come si fa a costruire una casa bella come la tua”. La lumaca tirò fuori un’antenna, poi l’altra, piano piano. Guardò lo zanzarone con un’aria un po’ strana, come se non capisse. Lo zanzarone la fissava, pieno di speranza. “Caro zanzarone” disse lentamente la lumaca “io non lo so come si costruisce una casa. La casa si costruisce da sé, non c’è mica bisogno di fare nulla. Basta solo tenerla con cura, volerle bene, pulirla tutti i giorni…” Lo zanzarone, un po’ dubbioso, ringraziò. Passò l’intero pomeriggio fermo, immobile. Aspettava che una casa gli nascesse sulla schiena. Forse è perché non ci ho mai pensato prima, si diceva. Rimase lì, ad aspettare, fino a sera. Il sole tramontò. La luna sorse. Le stelle seguivano le loro strade buie. Forse sarà sufficiente un po’ di pazienza, un po’ di fiducia, si ripeteva… ma alla fine si stufò, anche perché voleva assolutamente andare alla pozza a vedere se la zanzarona era ancora lì da quelle parti. Di nuovo la vide. Alla luce della luna era ancora più bella. Di nuovo decise e promise che avrebbe costruito una casa per lei.

Il giorno dopo, al mattino presto, volò verso il torrente. Lì, sapeva, vivevano dei piccoli vermi che riuscivano a costruirsi una casa tutta intorno al corpo usando sabbia e sassolini. Erano casine splendide, tutte lucide e colorate come le pietre di fiume. Comode e solide. Lo zanzarone si mise a osservare. Non poteva parlare ai bachini perché vivevano sul fondale, quindi osservava. Vide che raccoglievano le piccole pietre, che le sceglievano accuratamente. Dopo di che impastavano la sabbia con la saliva, fino a farne una pasta collosa. Poi si spalmavano addosso la pasta, sceglievano con cura una pietra e se la appiccicavano addosso. Così, sassolino dopo sassolino, davano forma alle loro case, che alla fine erano precise perfette per ognuno di loro. “Ho capito!” disse lo zanzarone dopo aver osservato a lungo. Raccolse i suoi sassi, prese la sabbia, la impastò con la saliva… ma quanta saliva ci voleva? Non ne poteva più di sputacchiare sulla sabbia, aveva la bocca secca a furia di sputare. E poi si spalmava addosso quel poco di pasta che riusciva a fare, ma i sassolini mica rimanevano appiccicati. O meglio: lì per lì si appiccicavano, ma dopo poco, quando l’impasto si asciugava, si sgretolava e ritornava sabbia. E la casina, quel poco che aveva costruito, si disfaceva subito. Lo zanzarone, tristissimo, se ne andò verso la pozza. Arrivò prima del tramonto e si mise ad aspettare che la zanzarona arrivasse a fare il bagno. Aveva deciso che era l’ultima volta, perché siccome era incapace di costruire una casa, non aveva il diritto di restare accanto a lei. Sedeva su una pietra, nascosto da un papavero. Pensava tante cose, pensava che erano giorni che non si faceva un bel volo nel vento e che questa preoccupazione della casa gli aveva fatto anche passare la voglia di svolazzare in giro. Pensava, sospirava, aspettava, sospirava di nuovo. In mezzo al sospiro più fondo e più triste di cui fu capace sentì un tocco sottile, leggerissimo su un ala. Si girò. Sobbalzò: era la zanzarona. Diventò tutto rosso, non sapeva che dire, non sapeva che fare… fu lei che, per prima, ronzò lievemente, dicendo “vuoi venire a volare con me?”

Lo zanzarone, confuso, rimase in sospeso. Fu il vento, per fortuna, che decise per loro. Arrivò una folata e li fece balzare. Balzarono insieme, chiamarono il vento. Insieme, danzando, si lasciarono portare.

Quando, più tardi, ruzzolarono su un prato, ridevano. Lui pensò di chiedere, spiegare, scusarsi. Ma non ci fu bisogno. Lei ronzò per prima e disse dolcemente “la nostra casa è il vento, mio zanzarone bello, è qui che noi abitiamo”.

Balzarono ancora, e lasciarono che il vento li portasse via con sé.

Questa, evidentemente, non è la storia del moscone e la moscona, che ricordo bene di averle raccontato, ma non avendola trascritta l’ho dimenticata. Succede. Tosca le ricorda tutte, è impressionante. Mi mette in difficoltà. Con la sua attenzione-spugna è capace, a distanza di mesi, di chiedere una storia della quale io a malapena rammento i personaggi. E se provo a reinventarla si arrabbia, giustamente, sentendosi ingannata. Meglio, come in questo caso, ammettere il limite. “Tosca, non me la ricordo la storia del moscone e la moscona, ti andrebbe di ascoltare quella dello zanzarone?” Meno male che ha accettato il cambio. Ci resta sempre un po’ male, in realtà (e anch’io, che mi sento decisamente rincoglionito). Le storie, una volta raccontate, per lei esistono in sé. Dimenticarle non si può: è un atto al limite del sacrilegio.

Comunque la storia del moscone e la moscona, a distanza di tempo, l’ho reinventata già diverse volte. In una versione il moscone e la moscona finiscono a esplorare il fondo dell’oceano, in un’altra vanno ad abitare all’interno di una grande popò dopo aver superato il temibile guardiano, il tafano Fritz… la moscona alla fine, deposte le uova, osserva estasiata la nascita dei suoi cuccioli-bachini… Tosca si intenerisce. E qui comincia il gioco: “facciamo che io sono il bachino e tu sei il tafano Fritz?”È cresciuta, eccome se è cresciuta…

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