A Tosca questa storia piace tanto. È nata un pomeriggio mentre eravamo a casa dei nonni, seduti sulle scale. Da allora me l’ha richiesta diverse volte, anche a distanza di tempo. In effetti è divertente, e nel raccontarla ci sono tanti spunti per far ridere, ci sono elementi di dramma, c’è pathos…

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La storia delle astute formiche e dell’ancor più astuto formichiere

C’era una volta un formicaio abitato da formiche astutissime, che per difendersi dagli attacchi del formichiere avevano inventato un sistema ingegnoso. Avevano stretto un patto con la cicala (proprio lei, quella cicala lì, quella della storia). Avevano stabilito che la cicala poteva cantare per tutta l’estate senza preoccuparsi e senza lavorare, e che durante l’inverno le formiche l’avrebbero generosamente nutrita. Però doveva inventare un canto particolare, ben riconoscibile, che fosse anche un allarme. Così, quando si avvicinava il formichiere, la cicala cantava quella canzone lì. Le formiche in questo modo capivano di essere in pericolo, perché il formichiere incombeva, e scappavano. Andavano a rifugiarsi nelle gallerie più profonde. In quel formicaio c’erano gallerie profondissime perché le formiche avevano costretto un lombrico a scavare per loro. Lo stolto lombrico, che cieco e felice scavava un po’ a caso, si era trovato un giorno accerchiato da formiche minacciose, guardiane e guerriere, capaci di pungere e, in tante, di far male. Imprigionato, piangente, impaurito, il lombrico aveva accettato di scavare per loro gallerie su gallerie, dei buchi che nessuna formica avrebbe potuto mai neanche immaginare.

Quindi le formiche, quando sentivano il canto della cicala, si precipitavano nel formicaio, scendevano nei buchi profondi e aspettavano. Il formichiere arrivava, cercava e cercava. Annusava, scavava col muso, scavava con forza, fino a graffiarsi ma… niente. Non riusciva a trovare neanche una formica, mai. Eppure il formicaio era bello e fiorente, era abitato, si vedeva. Se un formicaio è abbandonato si riconosce facilmente e quello, di certo, non lo era. Però, chissà perché, quando arrivava lui le formiche non c’erano. E anche se scavava non riusciva mai a trovare una sola galleria, un solo buchino che fosse abitato. Le formiche, ridacchiando, aspettavano. Pazienti, aspettavano. E quando il formichiere se ne andava deluso (e molto affamato) la cicala cantava di nuovo quel canto. Così le formiche capivano che potevano uscire di nuovo, salve e al sicuro.

Il povero formichiere aveva fame. Dimagriva a vista d’occhio. Era diventato un formichiere secco secco allampanato, pelle ed ossa, col pelo indebolito che gli cadeva a ciuffi e la coda, un tempo magnifica, ridotta a un cencino.

Era tanto stanco, tanto deluso, tanto affamato che decise di andarsene, decise di partire. Amava la sua terra, amava il territorio che aveva ereditato dai suoi avi formichieri, ma le formiche lì intorno si eran fatte troppo furbe. Decise di partire e di esplorare terre nuove.

Si incamminò, allora, e cammina camminando incontrò cose nuove. Camminò e camminò, finché passò accanto ad un albero strano. Era un albero strano perché profumava. Il profumo dolce e intenso lo fermò. Il formichiere osservava, si guardò in giro. Si avvicinò all’albero e si accorse che il terreno era cosparso di palline arancione: i frutti caduti. Frutti belli e maturi, frutti al culmine, tanto maturi da fermentare. Tutti per terra, coprivano il prato. Albicocche. Un albicocco carico. L’aria zuccherosa era intrisa di albicocca. Il formichiere rimase indeciso, lì intorno a girellare fra albicocche spappolate, quasi ebbro del profumo. Moriva di fame e anche se di certo preferiva le formiche, e anzi, fino ad oggi non ha mai mangiato altro, e sia chiaro la passione sua rimane sempre quella, decise di provare. Mangiò un’albicocca. Era buona. Buonissima. Era deliziosa. Era dolce come miele che si struggeva in bocca. Ne mangiò un’altra. E un’altra. E un’altra ancora. Alla quinta albicocca gli venne un’idea. Gli venne una grande idea, un’idea di genio. Così fece questo: si rotolò fra i frutti, si ruzzolò per terra. Si ricoprì, si immerse, si impiastricciò completamente di polpa di albicocca, di polpa spiaccicata. Poi, completamente ricoperto di albicocca, ritornò al formicaio. La cicala lo vide arrivare e cantò il suo canto solito. Le formiche scapparono, veloci a rintanarsi nei buchi più profondi. Il formichiere arrivò e trovò, come al solito, abbandonato il formicaio. Le formiche, nei buchi profondissimi, ridacchiavano di lui. Il formichiere si sdraiò lì vicino, accanto al formicaio. Chiuse gli occhi. Dormicchiò. Restò immobile. Immobile e fermo. Fermissimo. Immobile. Passò un po’ di tempo. Le formiche, sotto terra, smisero di ridacchiare. Quel profumo, un profumo… Il profumo di albicocca giungeva fortissimo, ed era una tortura. Una formica, di fronte a un profumo del genere non può resistere. Non può, non ce la fa. È contro la sua natura ignorare il buon cibo. La cicala di vedetta non aveva ricantato, ciò significava che il formichiere era ancora lì vicino. Ma quanto rimaneva? Ci metteva più di sempre… ci metteva più del solito. Forse la cicala se n’era andata via? Forse non cantava perché stava poco bene? O forse il formichiere, accortosi del trucco, l’aveva corrotta e zittita? Però quel profumo… Quel profumo così dolce, così intenso, così arancione… era terribile: impossibile resistere. Fra le formiche si creò grande agitazione. Si discusse, si valutò, si litigò, si decise il da farsi: sarebbe uscita una, una sola estratta a sorte, a vedere cosa c’era che profumava così tanto.

La formichina uscì. Guardinga, piano piano. Uscì zitta e silenziosa, uscì di soppiatto. Aveva paura. Sbucò fuori. Saggiò l’aria con le antenne. Vide il formichiere, sdraiato li accanto. Era immobile. Profumava: era lui che profumava. Era fermo, intirizzito. Magari era morto? Forse che da morti i formichieri diventavano di miele? Non osava avvicinarsi, però il formichiere era davvero immobile, e il profumo così dolce, invitante. Non poté resistere. Veloce. Veloce! Veloce formichina corse al grande formichiere. Fu allora che si accorse che la pelliccia del mostro era tutta appiccicata. Roba arancione, dolcissima. Era quella: quella profumava. Ne staccò un pezzettino, l’assaggiò. Era una delizia. Il mostro rimase immobile. La formica mangiò ancora. E poi un altro pezzo. E ancora, e ancora. E un altro pezzettino. Tornò al formicaio. Era ebbra, sconvolta di zucchero fruttoso. Chiamò a gran voce, esultando, le antenne dritte al cielo: “Venite! Uscite tutte! Il formichiere è morto e si è trasformato in una statua di dolcezza. Io vi giuro sorelline io non ho mai veduto tanto cibo tutto insieme. Tanto cibo e tanto buono. Venite, uscite tutte, venite formichine!”. Nel formicaio si sparse la voce: “il formichiere è morto e si è trasformato in una montagna di zucchero fruttoso”. Le formiche sciamarono, si precipitarono, si riversarono fuori, e poi sul formichiere. Mangiando, cantando, gozzovigliando. Lo coprirono, lo ricoprirono completamente.

Fu allora il formichiere aprì gli occhi e…

…gnam. Se le mangiò.

Non so di preciso perché, ma lo “gnam” finale la fa ridere ogni volta di gusto, tanto che spesso mi gratifica con il più bel complimento che un raccontatore possa ricevere. Cioè: “riraccontamela!” La richiesta di un bis.

 

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