Ricordo quando è nata questa piccola storia. Era il luglio del 2015, faceva un gran caldo. Io e Tosca siamo andati a cercare un po’ di fresco al torrente, nel bosco, dalle parti di Gorgiti. Il pomeriggio stava diventando sera e quell’angolo di paradiso, che l’afa aveva affollato di esseri umani, rapidamente tornava deserto. Era un paradiso di libellule colorate, di girini quasi rospi, di pietroni da scalare, di pesciolini, zanzaroni…

Ci siamo seduti, coi piedi nell’acqua: “mi racconti una storia?”

Stellina Small

La stellina che voleva essere un sole

C’era una volta una stellina. Una stellina piccola, che era nata da pochi milioni di anni e che ancora non conosceva bene le faccende del cosmo. Era piccola ed era molto luminosa. Però si sentiva sola. Si trovava in una parte di universo in cui non c’era nessuno, nient’altro che lei, per milioni e milioni di anni luce. Gli unici esseri con cui aveva modo di fare due chiacchiere erano il silenzio cosmico, il vuoto cosmico e, di tanto in tanto, qualcuna delle stelle della sua galassia, che erano però molto distanti e affaccendate nelle loro faccende stellari e con le quali a malapena riusciva spartire qualche rara radiazione. Siccome era luminosissima, era luce essa stessa, e non aveva mai visto altro che luminosità. Era una stellina bella e forte, ma per qualche ragione che neanche lei riusciva a capire bene, sentiva che alla sua esistenza perfetta e luminosa mancava qualcosa.

“Io sono una stella”, pensava, “illumino illumino ma non illumino niente e nesssuno. Che ci sto a fare io qui? Sono una stella ma non sono un sole. Sono talmente luminosa che a volte non sono neanche sicura di illuminare bene”. Passarono tanti milioni di anni, la stellina cresceva e diventava sempre più bella e più grande. Ma lei non lo sapeva, non se ne accorgeva perché intorno a lei c’era soltanto luce.

Un giorno nel cosmo successe un grande evento. Ci fu una collisione fra due splendide comete. Due comete colorate, con code gassose che si intrecciavano in spirali di luminosità cangianti. Fu un evento grandioso e spettacolare, e quelli che ebbero la fortuna di vederlo ne parlano ancora come uno degli spettacoli più meravigliosi che siano mai accaduti. Le due comete si scontrarono, ci fu una grande esplosione e dall’esplosione scaturirono enormi ammassi rocciosi e incandescenti che furono lanciati nello spazio in tutte le direzioni.

Una di queste rocce, una delle più grandi, viaggiò per tantissimi anni, tanto che, da incandescente che era, piano piano si freddò e si consumò. Alla fine diventò rotonda. Vagò alla deriva nel vuoto finché si sentì attratta in una direzione precisa. C’era qualcosa, una forza sconosciuta, che la attirava in maniera irresistibile. Era la forza di attrazione della nostra amica stellina. Allo stesso tempo un’altra forza, altrettanto intensa, la spingeva a proseguire il suo viaggio senza freni, vincoli o impegni. Erano due forze opposte che a un certo punto finirono per bilanciarsi: si trovarono in equilibrio. Una spingeva da una parte, l’altra spingeva dalla parte opposta e la grande roccia dello spazio si trovò, senza saper bene come fosse successo, a girare intorno alla stellina.

E allora successe una cosa meravigliosa: la stellina la illuminò. E allora una cosa ancora più meravigliosa accadde: siccome quella roccia era rotonda, la stellina riusciva ad illuminarne solo una parte per volta. Questo vuol dire che c’era sempre un lato della roccia che rimaneva al buio. E il buio fu, per la stellina, una cosa sconvolgente. Non aveva mai visto niente di più bello. Quel piccolo punto di buio era più luminoso di tutta la luce che si potesse immaginare. Anzi, era proprio quel piccolo punto di buio che rendeva la luce così luminosa. Quel piccolo punto di buio dava alla luce un significato nuovo. E la stellina, ringraziando il cosmo, le comete, la roccia rotonda ed il buio, riuscì finalmente a chiamarsi sole.

Non so che cosa Tosca possa aver preso di questo racconto. C’eravamo noi due, vicini al tramonto, in riva a un torrente, piccolini, a ragionare di stelle e pianeti… chissà cosa è rimasto.

Nel rileggerla mi è venuto in mente che quel pomeriggio sono arrivate altre storie: una raccontava di un girino intraprendente, un’altra di uno squalo che viveva nel Ciuffenna. Le ho appuntate, da qualche parte, di sicuro. Amo questa capacità che hanno le storie di legarsi al luogo e al tempo in cui sono nate. Se lo si desidera, il raccontare una storia permette di accedere a tutti i tempi e i luoghi in cui la si è raccontata.

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