Ritrovo, fra gli appunti, una piccola storia. Nacque qualche tempo fa, dalla passione che Tosca nutre per i sassi. C’è stato un periodo in cui la quantità e qualità dei sassolini presenti in un luogo erano i parametri fondamentali per valutare il valore del luogo stesso. Ricordo di averla raccontata una mattina, a colazione, un po’ drammatizzando. Ricordo. Ricordo il momento, l’occasione del racconto. Emerge con forza, con precisione. Ritorna lo stato d’animo, fisicamente. Ricordo la luce in cucina. Ricordo Tosca seduta sulla tavola, io contro la finestra, a muovermi e gesticolare. Ricordo il fluire della storia, il nostro piacere, il divertimento. È uno dei doni di questa pratica, di questo raccontare: una qualità di ricordo più profonda del normale, che comprende l’emozione vissuta e che, di conseguenza, vive di dettagli più precisi.

Un appunto sul modo in cui la storia è scritta. Non è così che l’ho raccontata la prima volta, di certo. Mentre scrivevo ho sentito la necessità di divertirmi un po’, di sperimentare. E allora sono andato libero, magari esagerando, per osservare fino a dove riuscivo ad arrivare. Dirò ancora su questo, alla fine, ma ora osserviamo, guardiamo quel rettile. Osserviamo: 

La lucertola raccoglie sassolini

Questa è la storia di una lucertola. Di una splendida lucertola, dal corpo flessuoso e dal manto brillante, variegato di figure, di scaglie flessibili che riflettono la luce. Sembrava fatta di metallo e pietre dure.

La sua tana era incastrata fra due mattoni, alla base di un muro scortecciato. Era il suo nido; si trovava nel capanno di un orto abbandonato. Davanti al nido si stendeva un piazzale che a lei pareva enorme, cosparso di detriti e ghiaia, accumulatasi in anni di scavi, di piogge, di lavorio della natura, di bestie e umani.

Non si sa come mai, ma un giorno notò un sasso. Forse fu perché le lucertole sono capaci di grande pazienza, di grande attenzione. Mentre era in agguato, nell’immobilità perfetta che attendeva la preda, contemplava con distacco quello che era davanti a sé. Trovatasi per caso a osservare una pietra, ne rimase incantata. Era una bellezza di antica perfezione: su un lato la attraversava un cristallo, di colore azzurro chiaro, che si ramificava. Sembrava un fulmine incastrato nella roccia, oppure una radice, che da un ceppo principale si sfaldava in affluenti. Questo piccolo torrente di vetro, illuminato dal sole, si ramificava in una tessitura di pietra rossastra, il cui colore, spostando lo sguardo verso il lato in ombra, scuriva a poco a poco. Da questo lato la pietra, da frastagliata e rotta, si faceva all’improvviso levigata. Era tanto liscia che solo a guardarla ispirava carezze e sospiri. Qui era screziata di pagliuzze argentate, nitide al contrasto con lo sfondo rosso scuro. La lucertola, rapita, rimase ad osservarla. La osservò tanto a lungo, con tale piacere e con tale precisione da dimenticare la caccia. Anzi, è molto probabile che qualche ricca preda le sia passata accanto, mentre era in contemplazione, e che lei non l’abbia neanche notata. La pietra prese il posto della preda. Diventò, anzi, preda essa stessa. Lo diventò a tal punto che all’improvviso, colta da una passione molto simile alla fame, la lucertola spiccò un balzo e le fu sopra. La catturò. La spostò con le zampe. Col muso la spinse. La porto vicina all’ingresso del nido. “Così sarai mia” sussurrò in lucertolese “e ti potrò guardare”. Vista da vicino era ancora più bella. Era più che bella, in effetti: era tutta differente. Cambiando la luce, cambiavano i dettagli che emergevano alla vista. In quel modo, ad esempio, risaltava sopra a tutto una ragnatela scura, finissima, nei pressi della base, come un gomitolo di abissi in miniatura. Lo struggimento rapito della lucertola, una bestia che di solito, per sua natura, è estranea all’emozione, era così intenso da farle scordare la fame. Fame che però, e con forza, tornò poco dopo a dirigere il suo sguardo. Il comando, imperioso, che il suo corpo scandì fu un “Mangia!” senza appello. E quindi andò a cacciare, e la caccia fu buona. Ma mentre con pazienza masticava la sua preda notò di fronte a sé un altro sasso. Era ancora più bello: era blu. Ma non di un solo blu: sembrava costruito da tutti i blu esistenti. Tutte le sfumature, tutte le possibili variazioni sul tema del blu si facevano sasso, sconfinando in frequenze che di certo blu non erano, ma che del blu conservavano l’impronta, la familiarità, l’odore. Oh, sì! Doveva possederlo. Ma certo che doveva. Masticò in fretta, allora. E deglutì veloce. Corse al sasso. Lo rotolò al nido. Lo pose accanto al primo. Guardò. La bellezza la avvolse, la percorse un brivido. Pareva che la pietre parlassero fra sé, tanto riverberavano. Pareva che i loro disegni, i loro colori, le forme, la materia stessa, si intrecciassero in un dialogo di luminosità; si avvolgessero in un gioco di reciproca seduzione; che dialogassero nella lingua più antica: quella della perfezione. Il rettile, adorante, spese il resto della sera e parte della notte a disporle con cura, con spostamenti minimi. Di ogni movimento assaporava risposte e varianti. “Voi non sapete” pensava “voi non conoscete la luce delle stelle sulla pelle di una pietra”.

Il mattino dopo, cacciando, ci mise un po’ più del dovuto. Aveva dormito poco, e il poco che aveva dormito aveva dormito male, di un sonno preoccupato e interrotto. La disturbava il pensiero, sottile e insistente, che qualcuno, in sua assenza, avrebbe potuto rubarle le pietre. Ci mise più del giusto a catturare la sua colazione, perché la sua attenzione era anche in cerca di altro. Non attendeva il suo pasto, in realtà. Non più, non solo: era in cerca di splendore. Cercava un’altra pietra.

*****

Arriva il cerambice, grosso grasso insettone. Arriva il cerambice: si cambia postura, si può cambiar voce.

“Cerambice anziano, è quello che sono. Cerambice vecchio, altroché. Non conto più le piogge che ho passato. In tanti mi hanno detto, mi hanno raccontato, con nomi e descrizioni. Hanno fatto una storia di me, di questa carcassa, di questo carapace. Fui dichiarato saggio. Mi dico saggio, adesso, ma pare una difesa. È solo una maschera per questa debolezza, per questo freddo immenso, intenso, per questo trascinare ancora un passo dopo l’altro. Cerambice eremita. Non posso stare fermo, non ho potuto mai. Ma ora, ora che le forze mi stanno abbandonando, ora che è il tempo di restare per davvero… Ora troverò un posto. Un posto per tornare alla mia adorata terra, per rinunciare al volo, per rinunciare al cielo: definitivamente. È l’ora di morire. Finalmente, finalmente. Io ora morirò.”

*****

Il vecchio cerambice non riusciva più a volare. Non era mai stato un gran volatore, si sa. Il corpo del cerambice permette voli brevi, poco più che grandi salti. Ma ora era vecchio e il battito delle ali, se ancora era possibile, non lo sollevava più. Si trascinava dunque, una zampa dietro l‘altra, consapevole che l’unico vero dono che ancora poteva ricevere era un posto pacifico su cui stendersi e morire.

Si fermò per riprendere fiato. Protese le antenne, tastò l’aria intorno a sé. Era giunto. C’era un’impronta, qui. C’era una personalità, un’intenzione, dietro allo strano posto in cui si era portato. Era un bosco di sassi. Ne aveva visti altri, in vita sua, di boschi di sasso, ma questo… ecco… qui c’era un motivo, c’era una volontà. Era come se le pietre fossero state pazientemente raccolte, portate, e poi disposte con cura. Con amore, si direbbe. In modo studiato perché si parlassero. Perché riflettessero, perché formassero una rete di bellezza, un specie di ragnatela, invisibile, certo, ma che si sentiva chiaramente sui pori. Rapito dai riflessi si perse ad osservare: geometrie di quarzi, piccole valanghe rosa, sgretolarsi di graniti e piogge di pagliuzze incastonate. Ogni dettaglio richiamava tutti gli altri. Era come trovarsi al centro di una spirale di galassie. Una tale bellezza era un dono inaspettato. Decise di fermarsi, che quello era il posto. La terra, la madre generosa gli aveva concesso quest’ultimo dono per l’ultimo volo. Sorrise, e mentre sorrideva…

…mentre sorrideva qualcosa, minaccioso, sibilò: “Lascia stare i miei sassi!”

Sorgeva dal profondo della terra, come una tempesta che accarezzava i sassi. Ora era un ringhio fioco: “Vattene! Vattene subito! Che cosa fai qui? Lascia stare i miei sassi o ti mangio!”

Il cerambice si guardò intorno. Una voce sofferente, di spaventosa tristezza. Era una voce che, rimasta tanto a lungo silenziosa, sembrava risuonasse di stranezza anche a se stessa.

La vecchiezza del cerambice, la sua debolezza, gli concedeva un privilegio: non poteva aver paura. Si considerava morto, che mai c’era da temere? Se il suo destino era di essere mangiato… che poteva farci? Rispose con calma: “Chi sei?”

“Vattene!” raschiò una specie di urlo. Ora era più vicino. A chiunque appartenesse la voce, si stava avvicinando. Il cerambice si voltò. Qualcosa si trascinava alla sua destra. Fra il riverbero delle pietre vide emergere una testa. Pareva anch’essa un sasso, a dire il vero, ma era di un grigiore impossibile. Era come consumata. Una povera creatura che un tempo, chissà come, era stata una lucertola. Gli occhi, gialli e spenti, faticavano a guardare.

“Vattene…” disse più piano. Tossì. “Oppure ti mangio…” e pronunciando la parola “mangio” si mise a piangere, come di nostalgia, come se da tanto tempo fosse troppo doloroso anche il solo pensarci, a mangiare.

Il cerambice, nella pena che provò, trasse un respiro intenso. Dolce la forza, dolce il respiro. Dolce missione, capì, gli era stata regalata come ultimo tributo. Dolce sorrise ancora:

“Ma questi sassi… lì hai raccolti tu?”

“Lascia stare i sassi! Lascia stare i sassi! Non guardarli, non toccarli, non non… non respirarli nemmeno, non…” fini in una tosse fioca. Il cerambice, ammirato: “Sono bellissimi, sai?”

La lucertola alzò il muso, al tempo stesso aggressiva e indecisa.

“Solo, solo che… ecco… questo qui… è come se chiedesse… perdonami, sai, ma devo proprio farlo” e con una zampa, veloce, l’insetto toccò una delle pietre, una piccola, e la spostò leggermente, in modo che rientrasse nell’ombra di una crepa che in terra pareva congiungere i sassi in una specie di ghirlanda.

La lucertola si irrigidì, come se un pungiglione l’avesse trafitta. Si inarcò, graffiò il terreno con gli artigli. Era pronta a balzare. La sua voce, ora, era un vortice profondo, era rabbia: “Ti ho detto che non devi toccare” e fu per avventarsi. Ma il cerambice si era voltato, verso di lei, a zampe aperte. Ancora un sorriso. Era un sorriso buono, che raggrinziva il muso. E gli occhi così limpidi, le antenne tanto vispe. La rabbia si sgonfiò. Si sgonfiò anche perché si percepiva subito che, in effetti, quello spostamento piccolino era stato opportuno. Si era creata una rete più armonica, che risuonava chiaramente nelle eco dei cristalli. La lucertola si fermò. Annusò. Valutò. Fece “Mmmmhhh…” sospirando.

Il cerambice si guardava intorno. “Hai un talento, lo sai?” disse distrattamente, rivolta al pinnacolo di una delle pietre. “Dovresti costruirci qualcosa.”

Lucertola ascoltava.

“Con tanta bellezza…” fece un gesto che indicava tutto attorno “…con il tuo talento… potresti persino costruire una casa. Potresti costruire il più bello fra i nidi”.

Silenzio, in risposta. Li abbracciava saldamente il ricco brusio dell’estate.

“Così potrai viverci, dentro alle tue pietre. Non te ne separerai mai più”.

Gli occhi della lucertola tornarono, per un istante, ad essere vivi. Si protese leggermente. “Ma come si fa?”

“Ti insegno”.

*****

Era una reggia: una pioggia di splendore. Si entrava, da un portale del colore dell’acqua, in un corridoio di cristalli e graniti. Qui si aprivano le stanze. Ogni stanza era un suono, ognuna era un verso, ognuna una canzone. In ognuna una pietra forniva il bordone, il dominio, l’essenza, e la camera intera ad essa si accordava. Di conseguenza accoglieva. In fondo: le scale. Le scale, addirittura! Ogni gradino un colore, ognuno un sentire, un differente animo. Salendo si assisteva al continuo fluire di infinite oscillazioni, di frequenze in divenire. Si saliva al tetto, che apriva la vista su tutto il piazzale e, pareva, all’infinità.

Era una reggia. Era compiuta, perfetta. Avevano trascorso, lavorando, un’intera stagione felice. L’estate tramontava. Le giornate accorciavano. La sera era fresco. Avevano costruito con passione, graffiandosi il ventre. Lucertola portava, lucertola impastava, lucertola imparava. Cerambice spiegava, insegnava. Man mano che passavano i giorni lucertola si faceva più forte. Aveva ripreso a cacciare con gusto, che per lavorare gli servivano forze. Le scaglie, ora, al sole, brillavano spavalde, fulgenti di vita. Cerambice mangiava poco: qualche boccone di foglia verde, un sorso di pioggia.

Ora osservavano il frutto, insieme, con un certo orgoglio, con gioia.

“Bene”.

“Bene, sì”

“È finita”

“Già”

“Saremo felici, qui dentro, fra le pietre.”

Silenzio.

“Saremo felici, vero?”

Cerambice non rispose. Si mosse. Faceva fatica. Ormai poteva solamente strisciare. Le ali, inutilizzate da troppo tempo, si erano incollate al corpo. Le zampe a malapena riuscivano a portare un insetto tanto grosso. Le lunghe antenne sembravano volersi ripiegare su se stesse. Piano piano si avvicinò ad un lato del portale, all’ingresso della casa. Lì mancava una pietra. Lui stesso, per qualche ragione, aveva deciso che proprio in quel punto si doveva lasciare un vuoto.

“Dove vai?”

“Mi accomodo al mio posto.” Sorrise. “Saremo felici, lucertola. Di certo lo saremo”.

Si mise proprio lì, dove la pietra mancava. “È il destino di tutti, la felicità” aggiunse. Sussurrava.

Lucertola capì. Lui ripiegò le antenne. Lucertola gelò. Lui diventò di pietra.

“Non… non…”

Lacrima.

“Non te ne andare ora… non lasciarmi da sola”

“In casa tua c’è posto…”.

Fu l’ultimo sospiro della pietra. La casa ebbe un gemito. Un soffio di vento. La roccia e il cristallo cantavano, muti.

*****

La reggia dei colori, come tanti la chiamavano, suonava di voci. Litigi e risate, e caccia e bestie e amori. Passioni, anche violente, e storie di amicizia. Persino tradimenti, e segreti e canzoni. La casa di cristallo, l’albergo di pietra. Lucertola capì che ci voleva poco. Anzi, bastava nulla. Tanta bellezza attirava.

Sapeva oramai, l’aveva imparato sulle proprie scaglie, che chiudere è dolore. Allora aveva aperto. Aprì la sua casa, il suo cuore. In tanti accorrevano. Lei raccoglieva pietre, continuava a costruire. Nuove stanze, corridoi, torri e terrazze. In tanti l’aiutavano, in tanti ci abitavano. Era un mondo popolato. Pietra su pietra, sasso su sasso, attimo su attimo. Giorno dopo giorno si creava un universo.

*****

Questo modo di scrittura può essere anche inteso come invito a raccontare. Sì, perché a leggerla così, a un bambino o a una bambina, si rischia di annoiarla/o. Quindi per raccontarla occorre estrarne il succo, farlo proprio, e rivestirlo di proprie parole, secondo chi ascolta, secondo quando ascolta. Questo evoca un’energia particolare, specifica della narrazione, che è poi ciò che crea una bolla di preziosa intimità. Negli appunti che ho ritrovato, tracciati velocemente il giorno stesso del racconto, la storia era questa:

Lucertola è appassionata di sassi. Ne trova di bellissimi e li tiene con sé, nel suo nido. Però diventa ossessionata, il nido è pieno. Non esce neanche più a mangiare perché ha paura che qualcuno glieli porti via. Diventa magra magra e minacciosa. Sapeva di essere infelice ma non poteva rinunciare ai suoi sassi. Un giorno passa di lì un vecchio coleottero eremita, molto saggio, che prova pena per la sua infelicità. “Cosa vuoi? Vuoi i miei sassi? Guarda che ti mangio” dice la lucertola.

“Belli i tuoi sassi” risponde l’eremita, “sono così tanti e così belli che ci si potrebbe costruire un castello. Così tutti li vedrebbero, potrebbero ammirarti”. La lucertola costruisce il castello di pietre meravigliose. Ma il castello è grandissimo, si sente sola. Decide di invitare tutti gli animali che non hanno una casa. Allora trova pace.

 

Da qui, i modi per dirla sono infiniti. 

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