Eravamo in campagna. A casa della nonna Dina. Lungo la strada sterrata c’è un fosso. Un piccolo fossato poco profondo, una cosa da nulla. Nel fondo rimane un po’ d’acqua a ristagnare. Sul fosso qualcuno, all’altezza del campo della Gilda, ha appoggiato un’asse di legno per favorire l’attraversamento.

Tosca riconobbe (è passato del tempo oramai) lo scopo e la funzione del legno, e decise di passarci sopra per andare di là. Per lei, in proporzione, il fosso e l’altezza erano rispettabili, temibili. Dovetti censurare il mio istinto protettivo. Al peggio che succede, mi dissi, al peggio succede che ruzzola di sotto e si infradicia. Nulla di grave, in fondo. Quindi lasciai fare, e Tosca attraversò, da sola e in equilibrio. E fu tanto felice di avercela fatta, di aver oltrepassato il temibile fossato, fu tanto felice che ancora ringrazio di essere rimasto fermo e zitto.daisy resize

La coccinella e il grande fossato

Sulle pendici della montagna c’è un paese di coccinelle. A queste coccinelle piace tanto camminare: sono coccinelle camminatrici. Zampettano veloci in giro, qua e là, perse nei propri affari. Ci godono a zampettare. Non saltano, non volano, non corrono. Camminano soltanto, a loro va bene così.

Il villaggio delle coccinelle è un piccolo villaggio. Alle spalle del villaggio c’è la montagna, che è altissima, maestosa, che si erge come un muro di pietra. La montagna protegge il villaggio. Davanti c’è un fossato, un baratro. È una profonda spaccatura nella roccia che delimita il paese definitivamente. “Oltre me non si può andare”, sembra dire quel fossato. Le coccinelle sono felici. A loro il villaggio basta. Vivono lì, serene. Camminano, si fanno i loro affari. C’è abbastanza da mangiare per tutte e non ci sono predatori, né pericoli o minacce. A volte, nelle giornate limpide, dopo che è soffiato il Vento che fa l’aria trasparente, dal ciglio del fossato si può intravedere, lontana, l’altra sponda. Quante storie si raccontano… quante leggende… C’è chi giura di aver intravisto animali favolosi, da parte di là. C’è chi assicura che oltre il fossato ci sia un paese pieno di fiori bellissimi e delizie da mangiare. Altri, e sono i più, assicurano che oltre il fossato vivono mostri orribili, dotati di zanne, artigli o tentacoli, che solo a immaginarli una coccinella perde tutti i suoi pallini. Certe volte, se il vento soffia nella giusta direzione, si sentono dei suoni. Si sentono muggiti, richiami sconosciuti. E anche sui richiami si raccontano leggende. In fondo, però, sono soltanto storie: non è molto importante, si dicono le coccinelle. Tanto di là non si può andare. Le storie del fossato sono buone per divertirsi quando ci si trova insieme, tutti in cerchio a raccontare.

In questo paese viveva, insieme alle sue compagne, una piccola coccinella curiosa. Era una coccinela esploratrice. Si infilava in tutti i buchi, sempre attratta e stupefatta dalle meraviglie che ogni giorno scopriva. Poteva essere un fiore, poteva essere un sasso o una goccia di rugiada, un lichene o un filo d’erba, un ciuffo di muschio o un fungo. Ogni giorno regalava qualcosa di nuovo e interessante da esplorare. Questa coccinella, curiosa com’era, certamente era attratta dal fossato. Ne era affascinata. Faceva lunghe camminate, da sola, avanti e indietro, lungo la sponda, quasi speranzosa che prima o poi il fossato terminasse, che ci fosse una fine, un ponte o un passaggio che le permettesse di arrivare di là. Guardava, scrutava, ascoltava. Cercava di cogliere ogni particolare, qualsiasi cosa potesse darle un indizio di come fosse il mondo di là. Era una coccinella che sapeva sognare: si divertiva ad immaginare le piante, i paesaggi fantastici e gli animali misteriosi che vivevano dall’altra parte. Le compagne coccinelle la consideravano strana. È vero che il fossato era affascinante, ma non vedevano il motivo di perderci tutto quel tempo quando si poteva stare dove si era, felicemente e tranquillamente, a giocare o a passeggiare. Tanto attraversare mica si poteva.

La coccinella esploratrice continuava ad esplorare, a guardare, a cercare. Appena aveva tempo correva al fossato per studiarlo attentamente. Lo contemplava. Persino ci parlava. Gli chiedeva le cose che per lei erano importanti. “Quanti sono i colori sulle ali delle farfalle?” chiedeva. Oppure “Dove va il vento? Da dove viene?” Oppure “Perché le rocce cambiano colore durante la giornata?”. Imparò ad ascoltare, e si rese conto che il fossato, con i suoi sbriciolii rocciosi e le sue voci d’acqua e di vento, rispondeva: “I colori sono settecentoventitre” diceva e “il vento è la montagna che respira” diceva e “le rocce sono spicchi di sole e lo salutano coi loro colori” diceva il fossato.

Un giorno, mentre la coccinella si trovava seduta su un petalo di margherita ad osservare un pidocchio che aveva i suoi problemi con una goccia di rugiada, ricevette un’improvvisa informazione. Non aveva fatto domande, quella volta, ma, ne era certa, era stato il fossato a parlarle. Fu una sola frase, che la colpì come un refolo di vento invernale. Fu come uno schiaffo. Fu un messaggio tanto chiaro e forte che la coccinella tornò subito al villaggio, per dirlo alle sue amiche. Chiamò tutti attorno a sé, aveva il fiatone ed era tanto emozionata che a malapena riusciva a parlare. “Il fossato mi ha detto che si può attraversare” esclamò “bisogna solamente trovare il modo giusto”. Le coccinelle la guardarono stupefatte, poi scoppiarono in una grande risata e poi, vedendo che la loro amica insisteva, scossero la testa. “Certo che sei proprio strana” le dissero, e ripresero a giocare ai loro giochi di coccinelle. Ma la coccinella esploratrice ormai era convinta. C’era solo da trovare il modo giusto, e lei era decisa a trovarlo. Quindi immaginava stratagemmi e strategie. Saltando, da sé sola, non ce l’avrebbe fatta ma… se avesse usato una foglia come trampolino? Poi, una volta in aria, poteva chiamare il vento in suo aiuto, e poi di planare lontanissima fino all’altra sponda. Ci pensò bene, le parve un buon piano. Aveva paura, certo. Cosa sarebbe successo se non avesse funzionato? Che cosa succedeva a chi cadeva nel fossato? Si sarebbe persa per sempre? Forse sarebbe scomparsa. Forse non avrebbe più rivisto il suo paese. Aveva paura, certo, ma ogni giorno che passava era sempre più decisa. Chiese al fossato se il suo piano fosse giusto ma il fossato non rispose, o disse cose che lei non capì. Però, nel suo cuore, sentiva di avere ragione, sentiva di dover saltare. E allora una mattina, ancora prima che sorgesse il sole, lasciò il buchino che era la sua tana. Andò al fossato. Trovò una foglia elastica che si protendeva lunga e sottile nel vuoto, proprio sopra al precipizio.

La coccinella era lì per saltare. Chiese al vento di aiutarla, il vento si chetò. Non c’era alcun rumore in quel momento. La coccinella prese una lunga rincorsa. Camminò, poi corse veloce. Arrivò al limite della foglia e saltò. La foglia le dette la spinta, che la mandò lontano. Lontano, sì, ma non abbastanza. Vide l’altra sponda che si faceva più vicina, ma era ancora troppo distante: non ci sarebbe arrivata. Allora chiamò il vento, perché l’aiutasse. Il vento non rispose. Non venne, non arrivò, non la prese con sé, non la fece planare. La coccinella cadde, cadde, cadde tanto a lungo, tanto in profondità. Cadde così tanto che a un certo punto smise di aver paura, smise di pensare. Si lasciò andare. E così spiegò le ali. Aprì le sue ali da coccinella e volò. Non aveva mai saputo di avere le ali, non ci aveva mai pensato, ma mentre cadeva aprì le ali e volò. E volò al di là del fossato. E poi tornò indietro. E poi ancora di là e ancora indietro, talmente felice, talmente gioiosa da non sapere nemmeno più che cosa fare. Era solo contenta: volava.

Tornò dalle sue amiche, tornò al villaggio volando. Tutte al villaggio videro, e ad una ad una ricordarono. Le coccinelle ricordarono che sapevano volare.

Fu così che le coccinelle del piccolo paese incastrato sul fianco del monte, ridendo per la gioia, spiccarono il volo.

La storia è nata di conseguenza, la sera stessa.

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