Una storia della buona notte che non ha ottenuto l’effetto desiderato. Ovvero: i rischi dell’improvvisazione. L’idea del gufo in paranoia per il canto delle cicale era bellina, ma a un certo punto non sapevo più dove andare a parare, anche perché Tosca non aveva la minima intenzione di addormentarsi. Quindi mi sono inventato l’episodio del cinghialino nel fiume, sia per allungare il racconto, sia per trovare una soluzione che permettesse al povero gufo di dormire in pace. Lì per lì però non ho pensato che stavo introducendo un elemento drammatico non da poco. Il pubblico ha reagito intensamente: si è appassionato, si è emozionato… e si è definitivamente svegliato…

GufoRedux

 

Il gufo e le cicale

Il gufo è un animale notturno. Di giorno dorme e di notte vola in giro a fare tutti i suoi affari da gufo. Va in cerca di cibo, si diverte a saltare da un albero all’altro. Controlla che il sonno degli altri animali sia buono, oppure va a far visita ai suoi amici gufi e insieme chiacchierano e si raccontano storie. Oppure, quando è la stagione, si fa splendido e lucente e va a cercare una gufa con cui farsi le coccole e condividere un nido. Il gufo, di notte, fa un sacco di cose, e quando all’alba torna al suo nido è molto stanco. Allora si addormenta tranquillo e pacifico e si riposa tutto il giorno. Il nostro gufo, che si chiama Osvaldo, aveva fatto il nido all’interno del tronco di una grande quercia. C’era un buco nella corteccia dell’albero, un buco abbastanza stretto, dal quale si entrava in una stanza, una camera ampia e confortevole. La stanza era comoda e profumata, foderata di piume e di paglia morbida, con rametti e foglie di quercia e muschio che facevano da letto. Il gufo Osvaldo amava il suo nido, ed era orgoglioso del modo in cui l’aveva arredato.

La quercia in cui si trovava era un albero antico e importante. Era imponente, con una chioma folta e fresca che offriva riparo ad una grande quantità di animali. Le radici affondavano con forza nel terreno e la tenevano salda e stabile. Il tronco era massiccio, segnato da rughe, nodi e volute del legno. La quercia era fiera del suo tronco, salda sulle sue radici, felice della sua chioma ospitale e frondosa.

Sulla quercia, oltre al gufo Osvaldo, vivevano tantissimi animali. C’era una famiglia di scoiattoli: mamma, babbo e due scoiattolini, che correvano fra i rami e raccoglievano ghiande e noci. C’era il nido di numerosi uccelli: di pettirossi, di ghiandaie, di passeri. C’erano formiche che percorrevano il legno in lunghe file. Fra le radici c’era la tana di un tasso e grassi bruchi erano felici di scegliere la quercia per la loro metamorfosi, per chiudersi nel bozzolo e trasformarsi in farfalle. Quando arrivò l’estate una intera colonia di cicale decise di stabilirsi sul tronco e fra i rami. Le cicale cantano, è la loro vita, la cosa che più amano fare. Quando sorge il sole cominciano a cantare e vanno avanti fino al tramonto. E quando le cicale cantano, cantano forte. Il gufo Osvaldo, da quando erano arrivate le cicale, non riusciva più a dormire bene. Lui tornava al nido poco prima che le cicale iniziassero a cantare. Entrava nel suo nido, si preparava il letto, si metteva comodo, chiudeva gli occhioni tondi e proprio mentre il sonno stava arrivando: chchchchchchchchch ecco che le cicale partivano, e lo svegliavano di soprassalto. Osvaldo ci provava a dormire. Si tappava le orecchie, si ributolava, provava a pensare a cose calme e rilassanti. Niente: non funzionava. Il ritmo delle cicale era incalzante, impietoso. Non c’era verso di prendere sonno. Alla fine Osvaldo si arrabbiava. Usciva dal buco e faceva una scenata, sconvolto di stanchezza e esasperato (uuhh uhhh uh uh uuhhh). Le cicale smettevano per un attimo. Lo guardavano, si guardavano fra sé. Non capivano. Una cicala canta, non può farne a meno, una cicala non capisce nemmeno cosa voglia dire la frase “stai zitta” o “fai silenzio”. Sicché, dopo aver guardato il gufo senza capire bene perché fosse così arrabbiato ricominciavano a cantare più forte di prima.

Quando arrivava la sera il gufo era stravolto. Aveva dormito pochissimo, e male. Un sonno leggero leggero, continuamente interrotto. Aveva persino pensato di cambiare le proprie abitudini e di cominciare a dormire di notte, ma anche se era stanchissimo sentiva sempre forte il richiamo della luna, degli altri gufi, della notte, delle gufe… Non poteva fare a meno di spiccare il volo e partire per i suoi giri. Ma era svogliato, stanco, intontito. Si sentiva persino triste. Una notte, non sapendo di preciso cosa fare, Osvaldo si mise a svolazzare in giro per il bosco osservando svogliatamente gli affari della natura. Guardava i fiori, le piante, gli altri animali. Si posò sul ramo di un faggio che cresceva vicino a un torrente. Era così stanco che gli si chiudevano gli occhi. Cadde in uno stato di torpore, a metà fra sonno e veglia, in cui l’acqua del torrente fluiva dolcemente nelle immagini di un sogno.

A un certo punto, però, qualcosa attirò la sua attenzione. Sotto di lui c’era un grande trambusto. Un trambusto allegro e gioioso, ma era proprio una gran confusione. Mamma cinghiala stava passando. Dietro di lei trotterellavano 7 cinghialini piccini picciò. Tutti saltellanti e felici: per la prima volta venivano portati a fare un giro al torrente. I cinghialini erano davvero piccoli. Da poco avevano smesso di pocciare il latte della mamma, e mamma cinghiala li portava con sé per insegnare loro gli affari e la vita del bosco. Mostrava come si faceva a procurarsi il cibo, a scavare col grugno. Mostrava quali erano le radici buone e quali no. Si sa che i cinghiali, del bosco, sono gli animali che conoscono le radici e i tuberi meglio di tutti. Mamma cinghiala insegnava gli odori e mostrava le bacche da mangiare e quelle da scartare, e quelle pericolose. Il torrente era parte della lezione. Lì, sotto al faggio, c’era il guado, cioè il posto in cui l’acqua è più bassa e si può attraversare. Era uno dei guadi preferiti dai cinghiali. Lo usavano per bere e per andare a grufolare il bosco sull’altro versante della collina. E se per un cinghiale adulto attraversare il torrente era facilissimo, un piccolo cinghiale doveva fare molta attenzione. Mamma cinghiala insegnava a valutare la corrente, a camminare sui sassi, a capire quali fossero i sassi stabili e quali fossero quelli muschiosi e scivolosi. Spiegava che bisognava stare molto attenti e che, nelle giuste condizioni, se il guado era difficoltoso e il fiume era in piena, si poteva fare amicizia con i pesci e chiedere loro la via più ferma per attraversare. I cinghialini ascoltavano attenti, con gli occhi spalancati. Tutti tranne uno, che era rimasto in fondo alla fila, che non sentiva bene perché i grugniti della mamma erano coperti dal rumore dell’acqua. Per di più il cinghialino si era distratto per osservare una cavalletta che si arrampicava sulla foglia di una pianta acquatica.

Il gufo, dall’alto, osservava, divertito da quella confusione. Quando arrivò il momento di attraversare il fiume la mamma cinghiala passò per prima, lentamente, spiegando ogni passo e mostrando come si faceva a valutare ogni appoggio. Poi, ad uno ad uno, attraversarono i cinghialini. Quando arrivò il suo turno il settimo cinghialino si rese conto di non sapere di preciso come fare, ma dato che la mamma e i suoi fratelli erano già tutti passati, per non apparire più imbranato degli altri, si avviò spavaldo verso i sassi. Giunto nel mezzo del torrente, però, trovatosi a scegliere fra un sasso grande e muschioso e uno più piccolo, decise di saltare sul muschio, che ampio e verde com’era pareva offrire un buon appoggio. Il muschio era bagnato e scivoloso. Il cinghialino perse l’appoggio, la zampa slittò e il piccolo cadde. Si ritrovò immerso nell’acqua gelida. La corrente non era forte ma lui, preso dal panico, si agitò e grugni e bevve un gran sorso d’acqua che lo fece tossire. Il fiume lo stava trascinando. Più a valle c’era una cascata, un salto sulle rocce che poteva essere molto pericoloso. Mamma cinghiala correva avanti e indietro sulla riva, spaventatissima, ma non riusciva a raggiungerlo. Non c’era modo di offrire al piccolo né una zampa né un appiglio. I fratellini corrrevano in giro, anche loro spaventati, e la mamma doveva badare anche a loro, che non si disperdessero. Intanto la corrente si era fatta più forte e il piccolo cinghiale era stato catturato.

Il gufo era sul ramo, lì sopra, e osservava. Fu a questo punto che, in lui, accadde qualcosa. Forse erano i grugniti disperati della mamma cinghiala, forse la visione del povero cinghialino in balìa della corrente. Non si sa… di solito gli animali del bosco in questi casi non intervengono, non è nei loro compiti, non è nei loro doveri. Ognuno di loro sa che nel bosco quel che deve accadere accade, e che ogni animale è responsabile per i propri sbagli, e che ne deve affrontare le conseguenze. Ma qualcosa, nel gufo, accadde. Fu un momento, un lampo, un’idea. Senza poter pensare a quel che stava a fare il gufo si lanciò in picchiata, afferrò il cinghialino con gli artigli e con un grande sforzo (che un cinghialino, pur piccolo, per un gufo è molto pesante) lo sollevò. Lo trasse in salvo. Lo portò con sé su uno scoglio lì vicino. Il cinghialino, tutto bagnato e infreddolito, tutto impaurito, piangeva e piangeva. La mamma accorse subito, pensando forse che il gufo, da rapace quale era, lo volesse mangiare. Ma il gufo aprì le ali, in un segno che nel bosco per tutti gli animali vuol dire pace, e volò di nuovo sul ramo lì sopra. Mamma cinghiala prese il cinghialino con sé e lo baciò e lo leccò e lo consolò e lo calmò. Poi si rivolse al gufo, che ancora ansimava per lo sforzo fatto e gli disse: “gufo, tu hai salvato il mio piccino e non potrò mai ringraziarti abbastanza. Chiedimi qualunque cosa e farò in modo di fartela avere”.

“Ma… veramente, non  si preoccupi signora, mi è venuto così… non è niente….” rispose il gufo.

“Ti prego, gufo, devo fare qualcosa per te perché per un atto così generoso deve esserci una ricompensa. C’è qualcosa di cui hai bisogno?”

I cinghialini intanto si erano riuniti tutti intorno alla mamma e al fratellino bagnato, e lo consolavano, gli parlavano, lo scaldavano appoggiandosi a lui. Il gufo ci pensò un attimo e poi gli venne in mente che qualcosa c’era, in effetti. C’era qualcosa di cui aveva un gran bisogno. Aveva bisogno di dormire, aveva bisogno di risolvere il problema delle cicale rumorose. Lo disse a mamma cinghiala, che dopo averlo ascoltato attentamente fece cenno di sì con il grugno. “Aspettami qui”, gli disse. Poi si mise ad annusare in giro, a cercare. I cinghiali, come si è detto, conoscono alla perfezione tutte le radici, i tuberi, i bulbi e i funghi sotterranei. Sono i grandi esperti di ciò che cresce sottoterra. Mamma cinghiala, dopo aver annusato a lungo, si mise a scavare con le zanne e col grugno. Scavò in profondità. Tirò fuori un tubero, una specie di patata dal colore verde vivo. Tornò dal gufo, che si trovava ancora sul ramo. Lasciò cadere la patata in terra e disse: “Caro gufo, vedi, il problema non è il canto delle cicale, che le cicale non hanno mai dato noia a nessuno. Il problema è che loro cominciano a cantare proprio mentre tu ti addormenti. E tu, proprio in quel momento magico che ti porta nel regno dei sogni, proprio quando devi attraversare la porta del sonno, ti metti ad ascoltarle e non riesci a varcare la soglia. Una volta passata quella porta il canto delle cicale non può più raggiungerti”. Indicò la patata verde. “Questa è la patata dall’odore dolce e forte. Se la gratti spande un profumo intenso. Questo profumo prolunga il sonno degli insetti. Non dura molto: il suo aroma si spande per pochi minuti, ma saranno quelli che ti permetteranno di passare attraverso il varco che ti porta ai boschi del sonno”.

Il gufo ringraziò. Prese la patata fra gli artigli e tornò alla sua quercia. Era quasi l’alba e di lì a poco le cicale si sarebbero svegliate e avrebbero cominciato a cantare. Allora il gufo grattò con gli artigli la patata. Subito si diffuse un odore dolce, rilassante e piacevole. Era così rilassante che il gufo non poté fare a meno di chiudere gli occhi. Piano piano scivolava nel sonno. Vagamente pensava “Ecco, ora attaccheranno le cicale e io mi sveglierò”. Ma questo non accadde. Per il tempo in cui l’odore avvolse l’albero tutti gli insetti, comprese le cicale, continuarono a dormire. Durò pochi minuti, ma furono quelli che permisero al gufo di attraversare i cancelli del sonno. Poi, poco dopo, le cicale come sempre cominciarono a cantare, e cantarono allegramente per tutto il giorno, ma il loro canto non poteva arrivare al gufo, che continuò a dormire tranquillamente e si svegliò la sera perfettamente riposato e di splendido umore.

 Al di là del dramma del cinghialino, il racconto mi ha anche preso la mano, e il gufo esasperato è risultato molto comico. Ci è voluto un bel po’ per tornare a rilassarsi e, finalmente, dormire.

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