Una storia sulla rabbia, nata senza una ragione specifica, senza che da parte mia ci fosse l’intenzione di dire qualcosa di preciso. Se non ricordo male stavamo andando a letto… Non so come è uscita fuori. Forse è stato un modo per cominciare a parlarne, per iniziare a dare una forma, un nome, una descrizione a emozioni tanto forti.

CalabroneRedux

Il calabrone che diventò un grande dottore

C’era una volta un giovane calabrone. Era un calabrone molto velenoso, con un grande pungiglione acuminato. Era un buon calabrone, ma come tutti i calabroni quando si arrabbiava diventava furibondo. Rosso in viso e con i peli della schiena tutti ritti. Allora non vedeva più niente, non sentiva più niente: pungeva. Tirava fuori il pungiglione e pungeva qualunque cosa l’avesse fatto arrabbiare. Così iniettava il suo veleno. La sua puntura era una cosa grave: per molti animali del bosco era addirittura mortale. Gli altri animali, infatti, ne avevano paura, e quindi lo evitavano. Se lo incontravano, per caso, durante i loro giri, lo salutavano con grandi sorrisi, certo, ma non erano sinceri. Gli sorridevano solo perché avevano paura che lui si arrabbiasse e li pungesse.

Il giovane calabrone si sentiva solo. Sentiva di non avere amici veri e capiva che il motivo era la rabbia. Era perché si arrabbiava facilmente, e perché quando si arrabbiava pungeva, e perché quando pungeva faceva molto male…

Ma che poteva farci? Era fatto così, e in fondo non gli importava. Se qualcuno lo faceva arrabbiare lo pungeva, punto e basta. “Se l’è andata a cercare”, pensava, e volava via senza neanche voltarsi indietro. E se gli altri insetti e gli altri animali non volevano stare con lui… bé… peggio per loro. Ma in cuor suo, in realtà, anche se non gli piaceva ammetterlo, il giovane calabrone continuava a sentirsi solo, e questo lo rendeva triste.

Un giorno si trovava a volare nei pressi di uno stagno. Ronzava sfaccendato sopra una ninfea quando un incauto rospo decise che l’avrebbe mangiato per cena. Quel rospo doveva essere molto affamato, o molto distratto, o magari abbagliato dal sole… perché i rospi sanno bene che i calabroni non si mangiano. Sono prede troppo grandi e forti per loro, e la loro puntura, per un rospo, è mortale. Fatto sta che il rospo balzò verso il calabrone, lanciò la sua lingua appiccicosa e si ritrovò a dover trattenere una preda troppo forte, che riuscì facilmente a liberarsi e volare via. E che subito dopo si arrabbiò. E a questo punto per il rospo furono guai: al calabrone venne una rabbia, ma una rabbia… tanta rabbia che non vide più niente, non sentì più niente. Diventò rosso in viso, gli si drizzarono i peli sulla schiena, tirò fuori il pungiglione, si lanciò verso il rospo e lo punse. Iniettò il suo veleno, poi volò via senza neanche voltarsi indietro. “Quello stupido rospo se l’è veramente andata a cercare”, pensava.

Mentre ronzava via, però, il calabrone si accorse che faticava a procedere. Si era alzato il vento. Si era levato un gran vento, un vento forte e freddo. Una folata lo travolse, gli fece perdere il ritmo del volo, lo fece ruzzolare nell’aria e alla fine cadere per terra, giù nel prato. Si sentì un tonfo: Sponf! Perché i calabroni sono pesanti, e quando cadono fanno un bel po’ di rumore. Il vento continuava a soffiare, impetuoso; era una specie di tempesta, non c’era verso di rialzarsi in volo. L’unica cosa che il calabrone poteva fare era restare lì, dove si trovava, in attesa che il vento si calmasse. E allora, visto che non aveva altra scelta, si mise a cercare un posticino comodo in cui fermarsi e riposare.

Aveva appena visto un bel cespuglio di foglioline vellutate quando un rumore sconosciuto attirò la sua attenzione. Era un gemito, un gracidio lamentoso, un debole “crroooaaack… crooooaaack”. Proveniva da molto vicino. Fra un “crooooaaack” e l’altro si sentiva un respiro affannoso. Tutti quei suoni, messi insieme, davano l’idea di una grande sofferenza. Erano suoni dolorosi, suoni di paura. Il calabrone volle andare a vedere. Si mosse in direzione del suono. Era curioso e spaventato al tempo stesso. Scostò una foglia e sbirciò. Era il rospo. Il rospo di prima. Il vento lo aveva riportato vicino al rospo che aveva appena punto.

Ed era, il rospo, in pessime condizioni: gonfio come una luna piena, e di un colore rosa fucsia che per un rospo non è per niente sano. Respirava in fretta, gracidava debolmente. Il calabrone si girò dall’altra parte: “che orrore” pensò “quel rospo è messo proprio male”. Fece per andarsene, ma c’era qualche cosa che lo tratteneva. Per qualche ragione che neanche lui capiva bene non riusciva a distogliere lo sguardo dal povero rospo agonizzante. Avrebbe voluto alzarsi in volo e fuggire lontano, ma al tempo stesso era attratto, quasi affascinato da quel rospo che soffriva.  “Se l’è andata a cercare”, ronzò ad alta voce, “l’ha voluto lui” e provò a volare via. Il vento soffiò forte e lo respinse a terra, mandandolo a cadere ancora più vicino al rospo. Sentì il suo respiro, sentì i suoi gemiti, sentì il suo cuore che batteva velocissimo. Provò a scappare. Ora era spaventato, e non sapeva neanche lui il perché. Sentiva qualcosa di nuovo, qualcosa che non conosceva, e questo qualcosa gli faceva paura. Era una sensazione che non aveva mai provato prima. Era una cosa che gli stringeva la pancia, che gli faceva raggrinzire le ali. Sentiva il dolore del rospo.

Gli venne da piangere. Era tanto tempo che non piangeva, tanto tanto tempo. Pianse perché il rospo, tutto gonfio e dolorante, gli faceva compassione. “Mi dispiace”, disse al rospo, “ma che potevo farci? Tu mi volevi mangiare…” E di nuovo cercò di andarsene, ma una nuova folata di vento lo spinse proprio addosso al rospo, che lo guardò, ma neanche lo riconobbe da quanto stava male. Il calabrone, un po’ in imbarazzo, lo guardò a sua volta. “Se non faccio qualcosa”, pensò, “questo sicuramente muore”.  Rimase lì, indeciso. Il vento soffiava forte. Quella specie di nodo che gli stringeva la pancia era sempre più doloroso. Ogni sospiro del rospo gli faceva venire le lacrime. A un certo punto sbottò: “Va bene, ho capito!” disse, asciugandosi le lacrime. “Non te lo meriti, ma appena si calma il vento vado a cercare un rimedio per curarti”. E il vento, immediatamente, si fermò. Da un momento all’altro non ci fu più un filo d’aria.

Allora il calabrone volò. Volò via, in cerca di un’erba che, sapeva, era un rimedio contro tutti i veleni (i calabroni sanno tante cose, ma è molto raro che le condividano con altri).

Trovò l’erba medicinale. La raccolse, la fece a pezzettini e la masticò. Poi la impastò col fango, un fango speciale che si trovava vicino a una fonte di acqua calda. Tornò dal rospo. Prese l’impasto e lo spalmò sulla puntura. Rimase lì, a vegliare. Calò la notte. Al coro notturno del prato, in sottofondo, si univa il respiro affannoso del rospo. Il calabrone ogni tanto gli tastava la fronte: aveva la febbre, scottava. Passò la notte. La puntura si era leggermente sgonfiata ma il rospo stava ancora molto male. Il calabrone raccolse ancora erbe, le tritò, le impastò e le mise di nuovo sulla puntura. Passò il giorno, e poi un’altra notte. Il rospo continuava a stare male. Ogni tanto gracidava debolmente. Il calabrone partì di nuovo in cerca di erbe, di erbe nuove, di tutte le erbe che conosceva. Tornò dal rospo. Preparò diversi impacchi e ad uno ad uno li mise sulla puntura. La ferita restava gonfia, la febbre non calava. Passò un’altra notte. Al mattino il calabrone guardò il rospo, di nuovo gli tastò la fronte, di nuovo vide che non migliorava. Si stava arrabbiando. Lo sentiva. Quella sensazione, sì, la conosceva. Provò a rimanere calmo, ma la rabbia cresceva. Cresceva e cresceva. Era come una marea. Cercò di calmarsi, in qualche modo, ma non ci riusciva. A che gli serviva essere arrabbiato? La rabbia non avrebbe guariro il rospo, di certo. Provò a farsi un volo intorno alle margherite, provò a contemplare lo stagno lì vicino, provò a respirare profondamente e a ripetersi ronzando “io sono luce e sono in pace con il cosmo” per cento volte di seguito. Alla fine era furibondo. Guardò l’impasto inutile che aveva preparato, tirò fuori il pungiglione e… lo punse. Affondò il pungiglione nell’impasto e iniettò il suo veleno. Poi si sentì più calmo. Si mise a sedere su un sasso e cominciò a piangere piano, disperando ormai di poter fare qualcosa. Mentre piangeva, però, sentì che alle sue spalle accadeva qualcosa. Qualcosa alle sue spalle gorgogliava, frizzava, ribolliva. L’impasto! Era l’impasto che aveva appena punto.

Il calabrone si avvicinò per esaminarlo bene. Piccole bollicine affioravano. Era stupefacente: cambiava anche colore. Diventò prima rosa, poi azzurro, poi di un bel verde smeraldo. Allora, all’improvviso, ebbe un’idea: prese una pallina di quello strano impasto verde e la spalmò sulla puntura del rospo. Velocemente la puntura, da blu che era, diventò prima rossa, poi si schiarì. Intanto sgonfiava. Sgonfiava a vista d’occhio. Il rospo si addormentò. Al suo risveglio la febbre era sparita, la puntura riassorbita, il respiro regolare. Cominciò a muoversi. Guardò il calabrone. “Grazie” gracidò, e a piccoli balzi si allontanò verso lo stagno. Il calabrone pensò di fermarlo, di dirgli che era troppo presto, che era ancora troppo debole, ma capì che il rospo era guarito.

Fu così che il calabrone seppe che il veleno mortale che portava dentro di sé, se preso in piccole quantità, era la medicina più potente che esisteva. E che la sua rabbia, che fino ad allora aveva causato soltanto dolore, poteva essere la guarigione di tante altre creature. Decise allora che avrebbe dedicato la sua vita a curare gli animali sofferenti.

E fu così che il calabrone, proprio grazie al suo veleno, diventò un grande dottore.

Questa storia l’ho raccontata due volte. Vale a dire, una sola altra volta oltre alla prima. Quando l’ho ri-raccontata avevo l’intenzione di introdurre l’argomento “rabbia”, di portare Tosca a rifletterci su. Non so se è servito. Non ho avuto riscontri precisi, oppure non li ho saputi cogliere.

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