Luglio. Siamo a Terranuova, ai giardini vicino al torrente Ciuffenna, aspettando l’ora di cena. Non si sta granché bene, in realtà: afa, umidità e nubi di zanzare ci assalgono. I giardini, che in sé sono anche belli, hanno un’aria giallognola e un po’ sporca. Seguo Tosca nelle sue corse e nei suoi giochi ma non riesco a rilassarmi troppo. Sono troppo attento a che non raccolga qualche brutto rifiuto. Sto più tranquillo nel bosco, penso.

“Mi racconti una storia?” chiede Tosca mentre insiste per esplorare un fosso che non ho alcuna intenzione di farle avvicinare. La storia dei lupi e della pizza, che leggete qui sotto, è poi diventata una specie di “classico”. Tosca l’ha richiesta tante volte, anche a distanza di tempo. 

lupiRedux

I lupi e la pizza

Su in Pratomagno, in una grotta nascosta da un intrico di scope, vive una famiglia di lupi. C’è mamma lupo con due lupini cuccioli che passano le giornate a esplorare il bosco, a giocare e a ruzzolarsi nelle foglie. Una sera ai lupini venne voglia di pizza. Lo dissero a mamma lupo, ma lei veramente non sapeva come fare a scendere in paese a prendere le pizze. Mamma lupa sapeva bene che se in paese vedono entrare un lupo in una pizzeria mica vanno a pensare che il lupo semplicemente vuole una pizza. No, sicuramente avrebbero dato in escandescenze, si sarebbero agitati e impauriti e chissà quale disastro ne sarebbe uscito fuori. E poi lei l’umanese, il linguaggio degli umani, non lo sapeva parlare. A malapena riusciva ad intenderli. E neanche gli umani, per quanto ne sapeva, erano in grado di capire il lupese. Però i lupini volevano la pizza, erano due bravi lupini e mamma lupo decise di farsi venire un’idea per riuscire ad accontentarli.

Pensò e pensò, e finalmente capì come fare. Gli animali hanno tutti un linguaggio comune, una lingua universale che permette loro di intendersi gli uni con gli altri, anche se appartengono a specie differenti (è una lingua che anche gli umani un tempo conoscevano, ma che per pigrizia e supponenza hanno dimenticato). Quindi bisognava trovare un animale che parlasse il linguaggio degli umani e chiedergli il favore di andare a prendere le pizze. Quell’animale c’era: era ben conosciuto in tutta la vallata perché era un grande maestro di lingue e linguaggi, e perché da tanti anni viveva in mezzo agli uomini, tanto da averne appreso con precisione lingua e usanze. Era il merlo indiano di Paolo l’uccellaio, che stava in una voliera in centro a San Giovanni. E quindi mamma lupa chiese alla donnola di dire all’istrice di scendere al Ciuffenna e chiedere alla trota se poteva arrivare fino all’Arno e lì chiamare la nutria peché dicesse al gatto di andare in piazza a San Giovanni a chiedere al merlo indiano di Paolo l’uccellaio se poteva salire su da loro in Pratomagno.

Il merlo indiano, quando il gatto arrivò a portare il suo messaggio, fu felice di acconsentire, anche perché a San Giovanni in quei giorni faceva un gran caldo e lui era felice di farsi una gita in montagna. Quindi aprì la porta della voliera (ché lo aveva capito da tempo come si faceva, ma gli piaceva far credere a Paolo l’uccellaio che fosse lui a comandare) e volò da mamma lupa. Mamma lupa lo accolse nella grotta e gli spiegò il problema:

“caro merlo indiano, i miei lupini vorebbero tanto una pizza di Cico il pizzaiolo, ma non sappiamo come fare per andare a prenderla. Tu che conosci la lingua degli umani, ci faresti il favore di andare a prenderci le pizze?”

“Ma certo mamma lupa”, disse il merlo, “ci andrò con piacere. Che pizze volete?”

Uno dei lupini voleva una pizza rossa con solo il pomodoro, l’altro lupino un panello con le olive e le acciughine. Mamma lupa voleva una pizza al tonno.

Mamma lupa dette al merlo un sassolino d’oro, perché sapeva che le pizze si dovevano pagare, e pensò che a Cico il pizzaiolo un sassolino d’oro sarebbe piaciuto. Il merlo partì col sassolino nel becco e scese a Terranuova, alla pizzeria di Cico. Entrò e vide che i clienti della pizzeria erano un po’ stupiti. Allora disse “Ciao!”, con la sua bella voce da merlo, e tutti si tranquillizzarono. Cico il pizzaiolo, che non aveva battuto ciglio, rispose: “Ciao merlo, posso fare qualcosa per te?”

“Sì, grazie, vorrei tre pizzze per favore: una rossa con solo pomodoro, un panello con le olive e le acciughine e una pizza al tonno”. “Le preparo subito”, rispose Cico, e si mise al lavoro, a stendere la pasta. Preparò tre pizze buonissime, croccanti e profumate, le mise in una busta e la porse al merlo. Il merlo lasciò sul bancone il sassolino d’oro, che Cico fu felice di accettare. Allora il merlo indiano volò da mamma lupa, con la borsa nel becco. Volò velocemente, per non farle raffreddare. Quando i lupini lo videro arrivare si misero a saltare e a fare capriole dalla gioia. Aprirono i cartoni delle pizze e le spartirono. Invitarono il merlo a restare a cena con loro, che ce n’era per tutti in abbondanza, e insieme mangiarono su una roccia muschiosa, all’ombra di un castagno.

L’idea forte in realtà è quella del merlo indiano che fa da traduttore. Tosca quel merlo lo conosce bene , e il merlo, in effetti, sa dire “ciao”. Quando passiamo davanti alla bottega di Paolo, Tosca si ferma sotto all’anziano pennuto e resta stupefatta nel sentirlo gracchiare il suo saluto. Ognuno, se vorrà, potrà sostituire come vuole gli agganci al mondo “reale”. Ho scoperto che introdurre riferimenti e personaggi conosciuti rende le storie decisamente veritiere e interessanti, praticamente dei fatti di “cronaca”.

Una legenda ai riferimenti contenuti in questa storia potete su trovarla su facebook, nella pagina collegata al blog.

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