A me la storia della cicala e la formica, così com’è, non è mai piaciuta. Io, fin da bambino, ho sempre fatto il tifo per la cicala. Ho sempre pensato che facesse bene a cantare, che avesse ragione lei. E quando alla fine le formiche la maltrattano ci resto ancora male.

Ora, questa storia, a un certo punto della vita di un bambino, comincia a spuntare da tutte le parti, come gramigna educativa.

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Una sera Tosca mi ha chiesto di leggerle un brutto libro di favole che, non so bene come, è comparso in casa nostra. Dico brutto perché tutte le storie sono dotate di morale: tanti “buoni” insegnamenti che vengono trasmessi senza prendersi la briga di, almeno, discuterli. E poi è brutto perché contiene coloratissime illustrazioni plastificate, stereotipate, di stile Disneyano, con animali dagli occhioni umanizzati realizzati al computer senz’arte e senza cura. Lì si annida la cicala e la formica, che fra l’altro Tosca conosce già bene, dato che sempre numerosi sono i socializzatori che si sentono in dovere di trasmettere i buoni valori che questa fiaba porta. E da lì le ho letto la fiaba. Solo che quando sono arrivato alla fine, al momento in cui le formiche dicono: “hai cantato? E ora balla!” e sbattono fuori al gelo la povera cicala sono andato avanti.

Così:

“E ora balla!” disse la formica…

…e la cicala si mise a ballare. Ballò tanto forte, tanto bene, con tanta gioia e tanta intensità che cominciò a far caldo. Un grande caldo, un caldo torrido, sempre di più. La neve si scioglieva, le formiche sudavano, la cicala ballava, la cicala cantava. Ballava e cantava con tanta passione, con tanta bellezza che il formicaio stesso si mise a tremare. Tremava, tremava, tutto tremava… Cominciò a sbriciolarsi. Sassi e pietre dal soffitto. Pietre e legni che si schiantano. Alcune gallerie, fra quelle più profonde, cominciarono a disfarsi. Le formiche le ordinarono di smettere, ma lei non le ascoltò. “Smetti subito di ballare!”, sbraitavano. Correvano qua e là. “Ma me l’hai detto tu” rideva la cicala, e intanto ballava, continuava a ballare. “Ti ordiniamo di smetterla immediatamente!” le urlarono, con le antenne tutte rosse. Ma la cicala niente, danzava anche di più, rapita dalla gioia. Faceva tanto caldo che la neve intorno al formicaio si era sciolta. Le formiche impaurite non sapevano più cosa fare per far smettere la danza. Finché, finalmente, capirono: glielo chiesero per bene. Bastava chiederlo con gentilezza, non era complicato: “Signora cicala, per favore, potrebbe fermarsi? La sua danza è bellissima, le sue canzoni splendide, ma in questo momento sta mettendo in pericolo tutto il formicaio.” Allora, e solo allora, la cicala si fermò. Guardò le formiche: “smetto ad una condizione”. Le formiche, impaurite, erano d’accordo: “Quello che vuoi, cicala.”

“Smetto se anche voi imparate a ballare” esclamò, ridendo con gli occhi, che la danza le metteva nelle zampe una gran gioia, “così diventate un po’ più simpatiche e passate più tempo a giocare e a divertirvi coi vostri formichini”.

Le formiche non avevano molta scelta. Accettarono, anche se a malincuore. Lezioni di danza e canzoni per formiche, con maestra la cicala. Le prime volte era tutto un mugugno, tutta una lamentela: e non mi riesce, e mi fa male qui, e la zampa mi si storce, e la danza non mi piace, non fa proprio per me, stiamo perdendo tempo… Tutto un gran coro di formiche a lamentarsi, ma non avevano gran scelta, che se non imparavano (e i patti erano chiari) la cicala riprendeva a ballare, e allora il formicaio…

Piano piano però, un pochino alla volta, cominciarono a sciogliersi. C’era anche chi ci si divertiva. Così si addolcirono. Ridevano persino, scherzavano fra sé. Lavoravano anche meglio, che comunque alle formiche lavorare piace tanto. E pian piano tutte quante, in quel formicaio, impararono a ballare, e soprattutto seppero che cantare e divertirsi sono cose importantissime, abilità essenziali.

La cicala da allora fu trattata con rispetto. Fu accolta e nutrita. La chiamavano maestra e d’inverno la ospitavano dentro al loro formicaio.

Quando ho finito di raccontare Tosca ci ha pensato su un attimo. Poi mi ha guardato e ha detto: “Mi piace!”. Convinta.

A questa storia se ne collega un’altra, arrivata un po’ di tempo dopo, nella quale si infierisce sulle (a questo punto) povere formiche. La leggeremo nel prossimo post

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